Deutsche Tageszeitung - Borsa: l'Europa si muove cauta con il petrolio in calo

Borsa: l'Europa si muove cauta con il petrolio in calo


Borsa: l'Europa si muove cauta con il petrolio in calo
Borsa: l'Europa si muove cauta con il petrolio in calo

Giù i rendimenti dei titoli di Stato. Bene l'oro con l'argento

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Le Borse europee si muovono caute con la lente che resta sulle tensioni geopolitiche, a partire dal Venezuela. In agenda poi ci sono una serie di dati macro dagli Usa. L'indice d'area del Vecchio Continente, è piatto con le vendite sull'energia con il calo del petrolio mentre Trump ha annunciato la consegna da Caracas agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili . Il wti cede l'1,2% a 56,4 dollari e il brent lo 0,8% poco sopra i 60 dollari al barile. In recupero invece il gas che sale del 2,56% e punta i 29 euro al megawattora. Tra le singole Piazze, Milano si appiattisce con il Ftse Mib a +0,12% e 45.810 punti. Resta sostenuta Italgas (+5,4%) insieme a Snam (+2%). Bene ancora A2a (+2,7%), Hera (+2,6%) ed Enel (+2%). Sotto pressione Tenaris (-3,2%), Saipem (-3%) ed Eni (-2,3%). Per il resto Parigi cede lo 0,27%, Londra lo 0,5%. Madrid è a +0,1% e Francoforte a +0,45 per cento. L'oro sale di uno 0,3% a 4.465 dollari l'oncia. E anche l'argento continua ad apprezzarsi segnando un +2,2% a 79,5 dollari l'oncia. Giù, invece, i rendimenti dei titoli di Stato. Il decennale italiano cala al 3,49%, più dell'Oat francese che è poco sotto il 3,52%. Il Bund è al 2,8% mentre i futures sui Treasury sono al 4,15%. Lo spread tra Btp e Bund resta stabile a 69 punti base. Infine per i cambi l'euro è stabile a 1,1683 sul dollaro.

(L.Møller--DTZ)

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La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe si è trasformata in un colpo diretto a una delle arterie economiche più sensibili di Mosca. Non si tratta di obiettivi simbolici, ma di nodi logistici attraverso cui passa una quota decisiva del greggio russo destinato all’export. La pressione su Primorsk e Ust-Luga, i grandi terminali del Baltico, è particolarmente rilevante perché questi scali concentrano una parte enorme delle spedizioni via mare. Se si aggiungono le conseguenze della perturbazione attorno a Novorossijsk, i problemi nel corridoio Druzhba sul territorio ucraino e la crescente pressione sulle navi collegate alla cosiddetta flotta ombra russa, il quadro supera di gran lunga quello di alcuni incendi spettacolari. A essere colpita è l’intera catena dell’export: stoccaggio, caricamento, instradamento marittimo e, in ultima analisi, flusso di entrate.Le stime più recenti indicano che, a tratti, circa il 40% della capacità russa di esportazione di petrolio è stata compromessa o temporaneamente messa fuori uso. Si tratta di circa 2 milioni di barili al giorno che non hanno raggiunto il mercato come previsto o che hanno dovuto essere reindirizzati con ritardi e costi maggiori. Per il Cremlino il problema è profondo, perché il petrolio non è soltanto una materia prima strategica, ma uno dei pilastri delle entrate federali. Quando un terminale si ferma, le navi attendono, i carichi vengono riprogrammati e aumentano i rischi logistici e assicurativi, il danno economico si allarga anche se una parte dei volumi viene recuperata in seguito. In altre parole, gli attacchi colpiscono esattamente il settore che la Russia ha cercato più di tutti di difendere nonostante sanzioni, tetti di prezzo e rotte alternative.L’elemento più significativo della strategia ucraina è che sembra puntare meno sull’effetto di un unico colpo clamoroso e più sulla perturbazione operativa ripetuta. Ogni attacco contro infrastrutture portuali, sistemi di pompaggio, serbatoi di stoccaggio o catene di carico può creare colli di bottiglia ben oltre il punto d’impatto. Bastano pochi giorni di ritardo per alterare la rotazione delle petroliere, i calendari di esportazione, i pagamenti e la pianificazione della produzione. Il fatto che un singolo impianto possa riprendere relativamente in fretta non cancella la vulnerabilità resa evidente da questa sequenza. Mosca è costretta a ridistribuire i volumi, a testare rotte alternative e ad assorbire più rischio in quasi ogni fase del processo. Questo rappresenta un problema strutturale per un modello di export che dipende fortemente da un numero limitato di hub marittimi.

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