Deutsche Tageszeitung - Obiettivo dl Energia a fine mese, tramonta cartolarizzazione oneri

Obiettivo dl Energia a fine mese, tramonta cartolarizzazione oneri


Obiettivo dl Energia a fine mese, tramonta cartolarizzazione oneri
Obiettivo dl Energia a fine mese, tramonta cartolarizzazione oneri

Ma resta il nodo del sostegno alle Pmi

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Il ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, conta di portare entro la fine di gennaio in Consiglio dei ministri il cosiddetto Decreto Energia, il decreto legge per ridurre i costi delle bollette energetiche. Pare tramontata l'ipotesi della cartolarizzazione degli oneri di sistema, ritenuta troppo onerosa dal Ministero dell'Economia, e a rischio di procedura europea per aiuti di stato. Lo rivelano all'ANSA fonti del Ministero. Il nodo ancora da definire sono gli aiuti alle piccole e medie imprese. I tecnici del Mase stanno cercando una soluzione alternativa alla cartolarizzazione. Il resto del decreto è ormai definito, per quanto riguarda lo spread fra la quotazione del gas in Italia e quella alla borsa europea Ttf di Amsterdam; la cosiddetta "saturazione della rete", ovvero l'impossibilità di approvare nuovi impianti a causa dell'eccesso di domande; il bonus energetico alle famiglie con Isee fino a 15mila euro, o 20mila se hanno almeno 4 figli. L'urgenza di un provvedimento che riduca il peso delle bollette energetiche sulle imprese e sulle famiglie, molto più alto in Italia che in altri paesi europei, è stata ribadita dalla premier Giorgia Meloni nella sua conferenza stampa di fine anno. Alcuni organi di stampa hanno scritto di una forte irritazione della premier contro il Mase per il ritardo del provvedimento, circostanza che è stata smentita dal Ministero.

(U.Stolizkaya--DTZ)

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La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe si è trasformata in un colpo diretto a una delle arterie economiche più sensibili di Mosca. Non si tratta di obiettivi simbolici, ma di nodi logistici attraverso cui passa una quota decisiva del greggio russo destinato all’export. La pressione su Primorsk e Ust-Luga, i grandi terminali del Baltico, è particolarmente rilevante perché questi scali concentrano una parte enorme delle spedizioni via mare. Se si aggiungono le conseguenze della perturbazione attorno a Novorossijsk, i problemi nel corridoio Druzhba sul territorio ucraino e la crescente pressione sulle navi collegate alla cosiddetta flotta ombra russa, il quadro supera di gran lunga quello di alcuni incendi spettacolari. A essere colpita è l’intera catena dell’export: stoccaggio, caricamento, instradamento marittimo e, in ultima analisi, flusso di entrate.Le stime più recenti indicano che, a tratti, circa il 40% della capacità russa di esportazione di petrolio è stata compromessa o temporaneamente messa fuori uso. Si tratta di circa 2 milioni di barili al giorno che non hanno raggiunto il mercato come previsto o che hanno dovuto essere reindirizzati con ritardi e costi maggiori. Per il Cremlino il problema è profondo, perché il petrolio non è soltanto una materia prima strategica, ma uno dei pilastri delle entrate federali. Quando un terminale si ferma, le navi attendono, i carichi vengono riprogrammati e aumentano i rischi logistici e assicurativi, il danno economico si allarga anche se una parte dei volumi viene recuperata in seguito. In altre parole, gli attacchi colpiscono esattamente il settore che la Russia ha cercato più di tutti di difendere nonostante sanzioni, tetti di prezzo e rotte alternative.L’elemento più significativo della strategia ucraina è che sembra puntare meno sull’effetto di un unico colpo clamoroso e più sulla perturbazione operativa ripetuta. Ogni attacco contro infrastrutture portuali, sistemi di pompaggio, serbatoi di stoccaggio o catene di carico può creare colli di bottiglia ben oltre il punto d’impatto. Bastano pochi giorni di ritardo per alterare la rotazione delle petroliere, i calendari di esportazione, i pagamenti e la pianificazione della produzione. Il fatto che un singolo impianto possa riprendere relativamente in fretta non cancella la vulnerabilità resa evidente da questa sequenza. Mosca è costretta a ridistribuire i volumi, a testare rotte alternative e ad assorbire più rischio in quasi ogni fase del processo. Questo rappresenta un problema strutturale per un modello di export che dipende fortemente da un numero limitato di hub marittimi.

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