Deutsche Tageszeitung - C'è un interruttore che blocca la produzione di cellule adipose

C'è un interruttore che blocca la produzione di cellule adipose


C'è un interruttore che blocca la produzione di cellule adipose
C'è un interruttore che blocca la produzione di cellule adipose

Osservato nei topi, potrebbe portare a future terapie contro obesità e diabete

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C'è un interruttore capace di impedire alle cellule di trasformarsi in cellule adipose: a guidarlo sono due proteine chiamate Yap e Taz, che sono in grado di disattivare i geni responsabili della loro produzione. L'interruttore è stato individuato nei topi grazie allo studio dell'Istituto avanzato di scienza e tecnologia della Corea pubblicato sulla rivista Science Advances. La comprensione di tale meccanismo potrebbe portare a future terapie in grado di contrastare l'accumulo di grasso nell'ambito di malattie metaboliche come obesità e diabete di tipo 2, anche se saranno necessari ulteriori studi per capire se lo stesso interruttore è presente anche nell'uomo e se è possibile attivarlo in modo sicuro. I ricercatori coordinati da Ju-Gyeong Kang e Dae-Sik Lim sono partiti da una proteina già nota, chiamata Ppar-y, che è un regolatore chiave nella formazione di nuove cellule adipose: il suo ruolo è attivare una serie di geni che spingono le cellule a trasformarsi in cellule adipose e a rimanere tali. I topi nei quali questa proteina non è attiva, infatti, non riescono a generare tessuto adiposo nonostante una dieta ricca di grassi. Gli autori dello studio hanno però scoperto che esiste un interruttore epigenetico, cioè che regola l'espressione dei geni senza modificare il Dna, in grado di bloccare l'attività di Ppar-y. Al centro di tutto ci sono le proteine Yap e Taz, che fanno parte della cosiddetta via Hippo: è la via che controlla la crescita degli organi, decidendo se le cellule debbano dividersi, morire o trasformarsi in un tipo specifico. Yap e Taz possono ignorare i comandi dati da Ppar-y, ma solitamente la loro attività è frenata dalla via Hippo. Quando i ricercatori hanno rimosso questo freno nei topi, le due proteine sono diventate iperattive e, oltre a impedire la produzione di nuove cellule adipose, hanno addirittura fatto regredire quelle preesistenti allo stadio precedente.

(O.Zhukova--DTZ)

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La fine annunciata di AC Schnitzer entro il 2026 è molto più della scomparsa di un nome noto nel mondo del tuning. È un segnale d’allarme che supera di gran lunga i confini della comunità degli appassionati BMW. Quando un’azienda che per decenni ha incarnato l’elaborazione sportiva di BMW, i cerchi forgiati, gli assetti, gli scarichi e una certa idea tedesca di passione ingegneristica non riesce più a gestire in modo redditizio la propria attività in Germania, il tema non riguarda più soltanto un marchio. Diventa una questione che tocca direttamente il sito industriale e automobilistico tedesco. Per questo AC Schnitzer si sta trasformando in un caso simbolico: un caso che riflette la perdita di competitività, una struttura dei costi sempre più difficile da sostenere e l’impressione crescente che la politica reagisca troppo tardi, con troppa cautela e con un’insufficiente capacità di intervento.È proprio qui che nasce la forza emotiva della vicenda. AC Schnitzer non è mai stata soltanto una fornitrice di componenti. Ha rappresentato una cultura della personalizzazione: vicina al gusto di fabbrica, ma con una spinta più radicale e sportiva. Per molti appassionati BMW, il marchio faceva parte del paesaggio automobilistico tedesco: Aquisgrana, BMW, il richiamo del motorsport, programmi completi di trasformazione, cerchi riconoscibili, componenti aerodinamici, kit di potenza e vetture speciali con una propria identità. In questo senso, la fine di AC Schnitzer non è soltanto una storia di bilanci. È anche la perdita di un frammento di identità industriale.Le ragioni della chiusura sono particolarmente rivelatrici, perché mettono in luce esattamente la catena di problemi di cui l’industria tedesca discute da anni. Al centro c’è una combinazione tossica di costi crescenti di sviluppo e produzione, procedure di omologazione lente, pressione competitiva internazionale e mutamento della domanda. Il punto più pesante è la critica alla durata del sistema tedesco di approvazione. Se i componenti aftermarket arrivano sul mercato molti mesi dopo quelli dei concorrenti stranieri, uno specialista di nicchia perde proprio ciò che conta di più: tempo, visibilità e margine. A questo si aggiungono materie prime più care, tassi di cambio volatili, problemi lato fornitori, dazi su mercati importanti, una domanda prudente e il graduale arretramento del motore termico come cuore simbolico della cultura del tuning. AC Schnitzer non sta quindi descrivendo un problema isolato, ma una concentrazione di carichi strutturali.

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