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Germania: Pacchetto di riforme sull'immigrazione

Germania: Pacchetto di riforme sull'immigrazione

Il partito tedesco CDU/CSU ha ottenuto la maggioranza nel Bundestag per le sue richieste di un drastico inasprimento della politica di asilo. Il Parlamento ha approvato una mozione in cinque punti che, tra le altre cose, chiede controlli permanenti alle frontiere, il respingimento di chi chiede protezione e la detenzione degli stranieri a cui è stato ordinato di lasciare il Paese.I partiti tedeschi FDP e AfD (Alternativa per la Germania) avevano segnalato il loro sostegno alla mozione, il che significa che l'SPD e i Verdi, tra cui il cancelliere Olaf Scholz (SPD) e Robert Habeck (Verdi), hanno fallito miseramente nell'impedire un cambiamento della politica di asilo in Germania. La vergognosa paura dell'SPD e dei Verdi di una completa perdita di potere nel Bundestag uscente era quasi tangibile.La candidata cancelliera dell'AfD Alice Weidel ha affrontato la questione della migrazione nel suo discorso, affermando che le attuali politiche dell'SPD e dei Verdi sono mortali e riguardano l'intero Paese. Ha accusato la coalizione rosso-verde di organizzare manifestazioni “a spese delle vittime”. Weidel ha anche criticato l'incomprensibile foto in ghisa dei Verdi alla manifestazione di Berlino, in occasione della commemorazione delle vittime degli omicidi di Aschafenburg.Prima del voto, il cancelliere “immobile” Olaf Scholz (66 anni, SPD), che dopo quasi quattro anni ha completamente fallito con le sue politiche nella Repubblica Federale Tedesca, ha rilasciato una dichiarazione di governo in cui non ha potuto fare altro che elogiare il lavoro del suo governo, come sempre. Ne è seguita una battaglia di parole tra il capo del governo e l'opposizione! Nel suo discorso, Merz ha sottolineato che anche la SPD e i Verdi stanno “diventando sempre più piccoli”. Merz ha detto: “Ora devono accettare che la decisione giusta sarà presa senza di loro, ma nel merito del caso. Una decisione giusta non è sbagliata se le persone sbagliate la accettano”.

Protezione per i cittadini extra UE nell'UE?

Protezione per i cittadini extra UE nell'UE?

Inte sti ultimi anni, l’Unión Européa à instituîo dei programmi de proteçión temporànnea pe aiutâ a gentte ch’ascappa da conflitti o situassion drammàtiche inte i so paesi d’orígine. Ma quanti sun in realtà sti çittadini extracomunitâri chì, che se trôvan a beneficia de ‘sta forma de tutela? E cöse che porta a questa misura?Secóndo i dæti fornîi da diverse agénçie internazionâli, i numeri di sto fenomeno én in cressita constante. Parleraime de çifre che van da qualche centinaio de mìgiaia fin a più de un millón de persone segondo a stagion o a gravità di conflitti in corso. Sta proteçión l’è pensâ pa dà un po’ de respiro e de dignità a chi se trôva improvvisamente sènsa tetto, sènsa travaggio e in cerc’ea de ‘n rifùgio sicûo.Come funçiónna a proteçión temporànnea:A proteçión temporànnea inte l’UE permette a sti çittadini extracomunitâri, sfuggîi da situassion d’emergénsa, de:Ottenî documenti de soggiorno a scadénsa fissaAvè aseguo a asçistenza sanitaria e socialeCâxâ avantî col cercâ travaggio o a restâ in contatto co-i familiariPe quanto ch’i ghe vegni assegnòu st’òrden de proteçión, dipende da e leggi nazional e da e direttive europee: in género se va da qualche mèise fin a un ànno, con possibili proroghe segondo a gravità d’a crísi originâria.Problème de coordinamento:No tûtte e nazion de l’UE sun disposte a spartî in manêra equa e responsabilità d’accoglienza. Paesi in prima lìnea, cumme l’Italia o a Grecia, se trôvan spesso a gestî flussi consisténti de persone in breve témpo, metténdo a pressión e strutture d’asçistenza e i sistemi administratîvi. Intanto, altri paesi no sempre sun pronti ad acettâ ‘na quota significatíva de réfugiati.E conseguénse pe l’Unión Européa:Se ‘sto sistema de proteçión temporànnea no vegne gestîo in manêra coordinnâ, e conseguénse posciûan èsse grave:Rischio de sovraccarico de alcune region onde ghe sun rivî continuiTension politiche tra i membri de l’UE su cöse e chi deve acollî e personeDifficoltà d’integrazión pe chi ascappa da guäe e se trôva sperdûo inte un paese sconosciûoNa sfida che no peu finî presto:Mentree i conflitti internazionâli e i disastri ambientâli continûan a acesse de nuovi rifugiâ, l’UE se vê davanti a ‘n compito delicôu: dà proteçión immediata a chi l’ha persso tutto, e intanto costruiî ‘na strategia a longa scadénsa pa integrâ sta gentte inte a comunità europea.La dumánda de fondo resta: quanti extracomunitâri sun effettivamente al momentu inte l’UE sota proteçión temporànnea? E a rispósta a se cambia con frequénsa, segondo l’andamento di conflitti, l’instabilità politica e a capacità de e istituzión europee de coordinâ ‘n sistema d’accoglienza effiçiente. Una çertezza, comunque, a resta: fin che l’UE no troverà ‘n equilibriu tra solidarietà, norme condivise e rapidità d’interventu, a gestione di sti flussi umanitâri rischierà de èsse una sfida contìnua pe l’Europa de domàn.

L'AI aiuta a scegliere i candidati?

L'AI aiuta a scegliere i candidati?

L'uso dell'intelligenza artificiale nei processi di reclutamento sta suscitando un crescente interesse, soprattutto nelle grandi aziende. Promettendo efficienza, rapidità e obiettività, questi algoritmi dovrebbero facilitare la selezione dei profili più adatti a posizioni spesso molto ambite. Ma questa tecnologia è davvero all'altezza delle sue promesse?Sempre più aziende affidano all'IA compiti tradizionalmente riservati ai reclutatori: preselezione dei CV, analisi delle lettere di presentazione o valutazione delle competenze durante i colloqui virtuali. Grazie a complessi modelli statistici, i software selezionano e classificano le candidature, riducendo così i tempi e i costi di reclutamento. Per molti responsabili delle risorse umane, questo è un innegabile aumento della produttività.Tuttavia, l'oggettività tanto decantata è oggetto di dibattito. Alcuni algoritmi, addestrati sulla base di dati storici, riproducono involontariamente pregiudizi già presenti all'interno dell'azienda. “Quando un modello si basa su criteri che favoriscono un tipo di percorso o di profilo, rischia di escludere candidati competenti”, sottolinea Marine Dupont, consulente in risorse umane a Parigi. Inoltre, il funzionamento di questi sistemi rimane oscuro, rendendo difficile contestare una decisione ritenuta ingiusta o discriminatoria.Nonostante queste riserve, il futuro del reclutamento sembra essere inseparabile dall'IA. Per limitare gli abusi, gli esperti raccomandano un uso complementare: l'uomo conserva un ruolo chiave nella valutazione finale, mentre l'IA affianca i reclutatori nella fase iniziale di selezione. Una cosa è certa: se l'IA può accelerare il processo e ridurre alcune forme di soggettività, non sostituirà presto la sensibilità e il discernimento umani, indispensabili per individuare i talenti più promettenti.

Terremoto in Myanmar: analisi geologica del sisma M7.7

Terremoto in Myanmar: analisi geologica del sisma M7.7

Un potente terremoto di magnitudo 7.7 ha scosso il Myanmar centrale il 28 marzo scorso, con epicentro a 16 chilometri a nord-ovest di Mandalay, seconda città del Paese. Il sisma, avvenuto a una profondità di appena 10 chilometri, ha causato devastazione non solo in Myanmar, ma anche in Thailandia, dove un grattacielo in costruzione è crollato a Bangkok, a oltre 600 chilometri dall’epicentro. Secondo i dati ufficiali, si contano più di 2.600 morti e 3.400 feriti, ma il bilancio potrebbe aggravarsi.Dal punto di vista geologico, il terremoto è stato generato dalla faglia di Sagaing, una struttura trascorrente lunga oltre 1.200 chilometri che attraversa il Myanmar da nord a sud. Questa faglia separa la placca di Burma dalla placca di Sonda, accomodando il movimento laterale tra la placca indiana e quella euroasiatica. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha confermato che la rottura si è estesa per circa 400 chilometri, con uno slittamento massimo di 5-6 metri in alcuni punti, come rilevato da immagini satellitari. Si tratta di un evento classificato come “supershear”, in cui la propagazione della frattura ha superato la velocità delle onde S (4,4 km/s), amplificando l’energia rilasciata.La superficialità del sisma ha intensificato i danni, specialmente in aree con suoli alluvionali come quelli lungo il fiume Irrawaddy, dove si sospetta un fenomeno di liquefazione del terreno, secondo il Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS). A Bangkok, l’amplificazione delle onde sismiche su sedimenti molli ha contribuito al collasso strutturale, nonostante la distanza dall’epicentro. La faglia di Sagaing non è nuova a eventi sismici: tra il 1930 e il 1956 ha prodotto sei terremoti di magnitudo superiore a 7.0, e un precedente di M7.6-7.7 risale al 1912.Questo terremoto sottolinea la vulnerabilità di una regione geologicamente attiva, stretta tra le dinamiche tettoniche dell’Himalaya e del Cinturão Alpide. Mentre i soccorsi proseguono, i sismologi studiano i dati per migliorare la previsione e la mitigazione dei rischi futuri.

Trump: dai dazi all’UE alle ambizioni su Groenlandia

Trump: dai dazi all’UE alle ambizioni su Groenlandia

La presidenza di Donald Trump, iniziata il 20 gennaio scorso, sta ridefinendo i rapporti geopolitici con mosse audaci e controverse. Tra i dazi imposti all’Unione Europea e le rinnovate mire su Groenlandia, il secondo mandato del leader repubblicano si configura come un periodo di tensioni globali e ambizioni espansionistiche.Il 2 aprile, Trump ha annunciato un “colpo tariffario” con dazi del 20% su tutte le importazioni dall’UE, parte di una strategia che include un 10% universale e un 34% sulla Cina. L’obiettivo dichiarato è rilanciare l’industria americana, ma l’UE ha già promesso ritorsioni su prodotti simbolo come il bourbon e le motociclette Harley-Davidson. Economisti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio prevedono una contrazione del commercio globale dell’1%, con rischi di inflazione negli USA e recessione in Europa. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha definito la mossa “un atto di egoismo economico” durante un vertice a Bruxelles il 28 marzo.Parallelamente, Trump ha riacceso il sogno di annettere Groenlandia. In un’intervista a NBC News del 30 marzo, ha ribadito che il controllo dell’isola è “essenziale per la sicurezza nazionale”, citando le sue risorse (terre rare, petrolio) e la posizione strategica nell’Artico. La premier danese Mette Frederiksen ha risposto secca il 2 aprile: “Groenlandia non è in vendita”, mentre il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha escluso ogni negoziato. La visita della seconda dama Usha Vance a Nuuk il 27 marzo, accompagnata da alti funzionari, è stata letta come una pressione diplomatica.Queste mosse riflettono la visione di Trump: un’America dominante, anche a costo di alienare gli alleati. Le trattative con Putin sull’Ucraina, tenutesi il 19 marzo in Arabia Saudita, aggiungono un ulteriore strato di complessità, lasciando l’UE a interrogarsi sul proprio ruolo. La presidenza Trump si prospetta come un banco di prova per l’ordine globale.

Dentro il bunker antiatomico più grande d’Italia

Dentro il bunker antiatomico più grande d’Italia

Siamo entrati in uno dei bunker antiatomici più grandi d’Italia, un luogo che racconta decenni di storia e tensione globale. Situato nel cuore del Monte Moscal, a pochi chilometri da Verona, il bunker “West Star” si estende per 13.000 metri quadrati sotto 150 metri di roccia. Costruito tra il 1960 e il 1966 per volere della NATO, durante il culmine della Guerra Fredda, questo rifugio era progettato per resistere a un’esplosione nucleare di 100 chilotoni – cinque volte la potenza della bomba di Hiroshima.Il nostro viaggio inizia oltre un cancello verde arrugginito, lungo un tunnel di quasi un chilometro che collega gli ingressi Alfa e Beta. Qui, durante gli anni di attività, fino a 500 tra militari e tecnici potevano trovare riparo, coordinando operazioni strategiche in caso di conflitto con il Patto di Varsavia. Le pareti di cemento armato, spesse due metri, e un sistema di sensori per rilevare anomalie esterne testimoniano l’ingegnosità dell’epoca. Dismesso nel 2007 e passato al Comune di Affi nel 2018, “West Star” è oggi al centro di un progetto di riconversione in museo sulla Guerra Fredda, come annunciato dal sindaco Marco Giacomo Sega.La visita, organizzata dal FAI il 25-26 marzo 2023, ha attirato oltre 4.200 persone, ma l’accesso al cuore del bunker resta limitato per la presenza di amianto da bonificare. Tuttavia, il tunnel d’ingresso offre già un assaggio della sua imponenza. “È un patrimonio storico unico”, afferma il generale Gerardino De Meo, ex comandante NATO. Con il crescere delle tensioni globali, questo gigante sotterraneo torna a interrogare sul passato e sul futuro della sicurezza europea.

A bordo del Castorone: i tubi del gas a 3000 metri

A bordo del Castorone: i tubi del gas a 3000 metri

Siamo saliti a bordo del Castorone, una delle navi posatubi più avanzate al mondo, ormeggiata temporaneamente nel porto di Trieste per manutenzione prima di riprendere le operazioni nel Mediterraneo. Proprietà di Saipem, questa imbarcazione di 330 metri è capace di posare tubi per il trasporto di gas fino a 3000 metri di profondità, un’impresa che unisce ingegneria estrema e tecnologia d’avanguardia.Il Castorone opera con un sistema S-lay e J-lay, permettendo la posa di condotte in fondali marini di varia profondità. A bordo, tubi d’acciaio lunghi 12 metri vengono caricati, saldati in sezioni da 36 metri nella “firing line” – la linea di assemblaggio – e calati in mare attraverso una rampa articolata o una torre verticale. Un braccio meccanico, assistito dal Dynamic Positioning System (DPS), mantiene la nave stabile anche in condizioni avverse, mentre i tensionatori evitano che il tubo si spezzi sotto il peso e la pressione. Tra i record della nave spicca la fune d’acciaio più lunga del mondo, premiata dal Guinness World Records.Abbiamo visitato la sala comandi, dove ogni movimento è monitorato in tempo reale, e la “firing line”, cuore pulsante dell’operazione. Qui, i tubi vengono rivestiti di resine anticorrosive prima di essere immersi, creando gasdotti che possono estendersi per centinaia di chilometri, come il Nord Stream o il TAP. “È un lavoro di precisione millimetrica”, spiega il capitano Marco Rinaldi. Il Castorone ha contribuito a progetti globali, dall’Angola al Golfo del Messico, dimostrando l’importanza strategica di queste infrastrutture per l’energia mondiale.

Clonare l'uomo è possibile?

Clonare l'uomo è possibile?

Il tema della clonazione umana riemerge ciclicamente nell’immaginario collettivo. La pecora Dolly, nata nel 1996 tramite trasferimento del nucleo di una cellula somatica, dimostrò che era possibile generare un animale geneticamente identico a un donatore. Da allora sono stati clonati topi, gatti e perfino primati, ma l’applicazione agli esseri umani è rimasta confinata alla fantasia.Come funziona la clonazioneLa clonazione per trasferimento nucleare prevede la rimozione del nucleo da un ovocita e la sua sostituzione con il DNA di una cellula adulta. La cellula riprogrammata viene poi stimolata a dividere e, se si forma un embrione, può essere impiantato in un utero ospitante. Gli esperimenti sugli animali hanno dimostrato che il tasso di successo è bassissimo; spesso gli embrioni non si sviluppano, oppure i cuccioli nascono con malformazioni e gravi problemi di salute. I motivi sono molteplici: il nucleo prelevato non sempre viene completamente «resettato» e mantiene segni epigenetici che impediscono lo sviluppo corretto; durante la manipolazione si perdono proteine essenziali che guidano la divisione cellulare; inoltre i telomeri, le estremità dei cromosomi che si accorciano con l’età, sono già consumati nelle cellule adulte, per cui i cloni possono invecchiare precocemente.Spesso si pensa che un clone sia la copia perfetta dell’originale. In realtà gli identici gemelli monozygoti dimostrano che la genetica non basta: l’ambiente uterino, l’educazione, le esperienze di vita e l’epigenetica modulano profondamente lo sviluppo di un individuo. Due cloni avrebbero dunque caratteri, abilità e persino tratti della personalità diversi. Per questo motivo alcuni commentatori paragonano l’eventuale clone a un «fratello gemello» piuttosto che a un duplicato, mentre altri sottolineano che l’oroscopo e altri fattori casuali giocano un ruolo maggiore nel definire il carattere che la semplice genetica.Nonostante i successi negli animali, clonare un essere umano è ancora impossibile. Gli scienziati devono ancora superare diversi ostacoli:- Bassa efficienza: la maggior parte degli embrioni clonati non supera le prime divisioni cellulari. Nel caso di Dolly fu necessario impiantare 277 embrioni per ottenere un solo agnello.- Riprogrammazione incompleta: il trasferimento del nucleo spesso non cancella tutte le marcature epigenetiche, compromettendo lo sviluppo embrionale.- Problemi di salute: molti cloni animali presentano difetti d’organo, anomalie immunitarie e invecchiamento accelerato.- Regolazioni biologiche: prelevare il nucleo da cellule umane adulte è particolarmente complicato. Alcune proteine importanti per la divisione si perdono nel processo, con conseguente blocco dello sviluppo. Queste difficoltà rendono oggi la clonazione umana non praticabile, oltre che vietata. I pochi tentativi annunciati in passato da organizzazioni pseudoscientifiche non sono mai stati verificati.Leggi e eticaIn Italia, l’articolo 13 della legge 40/2004 vieta esplicitamente ogni forma di clonazione mediante trasferimento nucleare o scissione dell’embrione, sia per scopi riproduttivi sia di ricerca. La normativa riflette i principi del Protocollo di Oviedo del Consiglio d’Europa (1998), che proibisce la clonazione di esseri umani e tutela la dignità e l’identità della persona. La maggior parte dei Paesi europei adotta restrizioni analoghe.Le ragioni etiche sono molteplici. Clonare un individuo significherebbe strumentalizzare un essere umano come copia di qualcun altro, rischiando di compromettere il diritto all’identità e all’autodeterminazione. Ci sono timori di eugenetica e di creazione di esseri umani «su misura», nonché preoccupazioni sui diritti e sul benessere dei nascituri. Alcuni filosofi e bioetici ritengono che, anche se un domani fosse tecnicamente possibile, la società dovrebbe stabilire limiti chiari sullo sfruttamento di questa tecnologia.La clonazione terapeutica, invece, mira a creare embrioni clonati per ricavarne cellule staminali compatibili con il donatore. Queste potrebbero generare tessuti o organi per trapianti senza rischio di rigetto, rivoluzionando la medicina rigenerativa. Tuttavia la legge italiana ne impedisce l’uso, poiché implica la distruzione di embrioni, e l’opinione pubblica è divisa sul considerare tali embrioni come vite umane o come materiale biologico.Opinioni pubbliche e percezioneTra il pubblico prevale un misto di fascinazione e inquietudine. Molti si dicono affascinati dalle possibilità che la scienza offre per curare malattie e rigenerare tessuti, ma allo stesso tempo sono spaventati dagli aspetti distopici evocati dalla narrativa popolare. Alcuni commentatori ricordano il film The Island come monito contro un futuro in cui i cloni vengono usati come riserve di organi; altri sostengono che un clone sarebbe semplicemente un gemello e che le differenze ambientali renderebbero ogni individuo unico. Non mancano note umoristiche, come chi attribuisce al segno zodiacale l’indole del clone o chi ironizza sulla cicogna. Una parte del pubblico si dice convinta che la clonazione umana avvenga già clandestinamente da decenni, richiamando l’esperimento di Dolly come prova del progresso scientifico, mentre altri invocano maggiore informazione sull’epigenetica per comprendere perché i cloni non sarebbero mai repliche perfette.Tra gli esperti, la posizione dominante è prudente. Scienziati e bioetici ricordano che le tecnologie di riprogrammazione cellulare hanno aperto la strada a terapie rivoluzionarie, ma che riprodurre un individuo è inutile e pericoloso. Il premio Nobel John B. Gurdon, uno dei pionieri della clonazione, sostiene che clonare un essere umano non avrebbe senso perché il clone non sarebbe comunque identico e le anomalie sarebbero imprevedibili; ritiene invece promettente riportare le cellule adulte allo stadio di cellule staminali per rigenerare tessuti.Prospettive futurePer ora la clonazione umana rimane nel regno della fantascienza. Le normative internazionali e italiane la vietano, la tecnica è inefficiente e le implicazioni etiche sono enormi. All’orizzonte si intravvedono invece applicazioni terapeutiche basate su cellule staminali riprogrammate e su organi bioartificiali, che potrebbero salvare vite senza violare la dignità umana. Il dibattito tra scienza, etica e società sarà cruciale per stabilire i limiti della ricerca e garantire che i progressi biotecnologici siano usati per il bene comune e non per soddisfare sogni di duplicazione.

Certificare la morte

Certificare la morte

In Italia la morte non coincide con l’assenza di battito cardiaco. La legge n. 578 del 29 dicembre 1993 stabilisce che la morte di una persona è definita dalla cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo (cervello, cervelletto e tronco encefalico). Il cuore può fermarsi, ripartire con la rianimazione e poi cedere definitivamente; ciò che segna la fine della vita è sempre il danno cerebrale irreversibile. A confermarlo sono anche le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: i percorsi clinici che portano al prelievo degli organi sono due, ma entrambi partono dall’accertamento della morte per criteri neurologici o cardiocircolatori, e la normativa italiana non fa differenza tra i casi.La procedura di accertamento è severa e documentata. La commissione che certifica il decesso è separata dall’équipe curante e da quella trapianti: un medico anestesista‑rianimatore, un neurologo o neurofisiopatologo e un medico legale (o anatomopatologo) lavorano in autonomia, garantendo che il decesso sia dichiarato soltanto quando non c’è possibilità di recupero. Questa separazione tutela sia il paziente sia la fiducia delle famiglie che potrebbero autorizzare una donazione.Criteri neurologici: morte cerebrale e cuore battenteIl danno cerebrale irreversibile è la condizione in cui tutte le funzioni encefaliche sono perdute e non ci sono più riflessi del tronco cerebrale. Il paziente non respira autonomamente e gli stimoli non producono alcuna risposta. Poiché la respirazione spontanea viene meno, il cuore continua a battere solo grazie alla ventilazione meccanica. Se le macchine venissero spente, il flusso di sangue cesserebbe e il cuore si fermerebbe in pochi minuti. Per certificare la morte cerebrale, in Italia si richiede l’osservazione continua del paziente per almeno sei ore. Durante questo periodo i medici verificano quattro condizioni:- coma profondo non reversibile;- assenza di riflessi del tronco encefalico;- assenza di respiro spontaneo, accertata tramite il test di apnea;- elettroencefalogramma (EEG) piatto.Se queste condizioni permangono per tutto il periodo di osservazione, la morte può essere certificata. Soltanto dopo la certificazione, se il defunto aveva espresso la volontà di donare gli organi o i familiari acconsentono, si avvia un eventuale percorso di donazione. La procedura garantisce che la donazione non anticipi la morte: il paziente è già clinicamente e legalmente deceduto.Un punto spesso frainteso dall’opinione pubblica è la differenza tra coma e morte encefalica. Nel coma profondo le funzioni cerebrali sono fortemente compromesse ma esiste attività elettrica, riflessi del tronco e possibilità di recupero. Nella morte encefalica, invece, non c’è alcuna attività cerebrale e la condizione è irreversibile. La confusione tra queste due condizioni alimenta false paure sul prelievo di organi prima della morte, ma la procedura legale elimina questa eventualità.Criteri cardiocircolatori: arresto cardiaco irreversibile e cuore fermoLa morte può essere certificata anche in seguito a un arresto cardiaco irreversibile. In questo caso si eseguono tutte le manovre di rianimazione disponibili. Se non hanno esito positivo, si documenta l’assenza di attività elettrica del cuore con un monitoraggio continuo. La legislazione italiana richiede un periodo di osservazione di 20 minuti di elettrocardiogramma continuo senza attività cardiaca. Questo intervallo serve a escludere ogni possibilità di ripresa spontanea del battito e a garantire che il danno cerebrale conseguente all’assenza di circolo sia irreversibile.La durata di 20 minuti è molto più cautelativa rispetto a quanto previsto dalle norme di altri Paesi, che si attestano a 5–10 minuti. Tale rigore sottolinea il rispetto del principio etico noto come “Dead Donor Rule”, secondo il quale il prelievo di organi può avvenire solo dopo che la morte è stata accertata. In Italia esiste una sola definizione di morte, basata sul cervello; l’arresto cardiaco è la causa che porta alla morte encefalica, non un criterio sufficiente. Il programma “a cuore fermo”La carenza di organi da trapiantare ha spinto diversi Paesi a sviluppare programmi per ampliare il pool di donatori. In Italia il programma Donation after Cardiac Death (DCD) è partito nel 2007 a Pavia per casi non controllati, ossia arresti cardiaci improvvisi e inattesi. Nel 2015 è stato avviato il primo programma controllato a Torino, rivolto a pazienti in Terapia Intensiva nei quali si decide collegialmente di sospendere trattamenti di supporto alle funzioni vitali ritenuti inappropriati. Oggi molte regioni italiane partecipano al programma e il numero di donatori a cuore fermo aumenta ogni anno. Per l’accertamento della morte nei casi DCD controllati si applica la regola dei 20 minuti, periodo durante il quale i medici non possono intervenire (no‑touch period). Solo dopo tale intervallo il coordinamento ospedaliero valuta la possibilità di donare gli organi. Gli studi citati dalle società scientifiche italiane mostrano che questo metodo può consentire l’utilizzo di reni, fegati e polmoni con buoni risultati a lungo termine.Morte cerebrale con cuore battente e la donazioneNel contesto della donazione “a cuore battente”, il donatore è un paziente in morte encefalica mantenuto in vita artificiale. La ventilazione meccanica e i farmaci garantiscono l’apporto di ossigeno ai tessuti, compreso il cuore, che continua a battere. Questa condizione, pur consentendo la perfusione degli organi, non significa che la persona sia viva: coscienza, riflessi e respirazione sono irrimediabilmente persi. Il prelievo può avvenire solo dopo che la commissione ha certificato la morte encefalica e ottenuto il consenso per la donazione, e viene eseguito da un’équipe diversa da quella che ha dichiarato il decesso. La possibilità di mantenere la circolazione extracorporea o la perfusione regionale normotermica dopo l’accertamento della morte ha permesso di migliorare la qualità degli organi prelevati e di ridurre i danni da ischemia. Tuttavia le tecniche di perfusione non sono mai iniziate prima che la morte fosse certa. La durata del no‑touch period impone un compromesso tra certezza della morte e qualità dell’organo, ma le esperienze italiane dimostrano che è possibile recuperare organi vitali anche dopo questo intervallo.Perché la morte non coincide con l’assenza di battitoNell’immaginario collettivo la morte coincide con il cuore che smette di battere, ma in realtà il decesso avviene quando il cervello cessa di funzionare. Anche in caso di arresto cardiaco, se il cervello non viene perfuso e ossigenato per un tempo sufficiente, va incontro a un danno irreversibile; è questo danno a segnare la morte. Viceversa, un cuore può continuare a battere grazie alle macchine mentre il cervello è completamente distrutto, e in questo caso la persona è già morta. Durante la pandemia e in altre emergenze si sono diffusi timori e dicerie secondo cui il prelievo di organi verrebbe fatto su persone ancora in vita. Alcuni messaggi circolati sui social network sostenevano che il certificato di morte fosse emesso con superficialità o che bastasse un cuore fermo per dichiarare il decesso. Altri commenti, al contrario, hanno portato testimonianze dirette di familiari che hanno assistito alle procedure e hanno constatato l’attenzione dei medici e il rispetto per il defunto. In generale, queste discussioni evidenziano la necessità di informare correttamente l’opinione pubblica, di spiegare che la certificazione della morte è indipendente dalla volontà di donare e che i protocolli italiani sono tra i più rigorosi al mondo. ConclusioneIl tema della morte solleva paure e interrogativi profondi. In Italia la medicina e la legge hanno deciso di affrontarlo con chiarezza: esiste una sola morte, quella determinata dall’irreversibilità della funzione encefalica, e questa può essere accertata con criteri neurologici o cardiocircolatori. La procedura, definita per legge e affidata a medici indipendenti, assicura che nessuna donazione avvenga prima della morte. L’adozione del no‑touch period di 20 minuti nelle donazioni a cuore fermo e dell’osservazione di almeno sei ore nella morte encefalica riflette una scelta di prudenza e di rispetto per la persona.La comprensione di questi aspetti aiuta a superare le false paure e a riconoscere come la scienza e la medicina abbiano sviluppato protocolli che tutelano i cittadini. La donazione di organi, possibile solo dopo la morte certificata, rappresenta un gesto di generosità che può salvare molte vite. Una corretta informazione è quindi essenziale per permettere a ognuno di compiere scelte consapevoli e per rafforzare la fiducia nelle istituzioni sanitarie.

Il quiz di Dada e Marcolino

Il quiz di Dada e Marcolino

Il nuovo format “Prima o Dopo?” ha debuttato lo scorso 20 marzo e ha immediatamente conquistato il pubblico. Con la conduzione della divulgatrice Maria Bosco, il programma pone i concorrenti davanti a una plancia, un “evento zero” da cui partire e quattro avvenimenti da collocare nella giusta sequenza temporale. L’obiettivo è semplice e al tempo stesso allenante: ricordare se qualcosa è accaduto prima o dopo l’invenzione di riferimento. Nella prima puntata l’“evento zero” scelto era il brevetto del cambio automatico, depositato dallo studente Elio Trenta, e le tappe da collocare riguardavano l’apertura del primo supermercato italiano, l’inaugurazione della prima metropolitana al mondo, la proiezione del primo film in 3D e l’ufficiale passaggio di Trieste all’Italia.A misurarsi con la linea del tempo sono stati Dada e Marcolino, coppia padre‑figlio divenuta virale sui social. Davide Corbo, questo il vero nome di Dada, vive vicino Torino e si è guadagnato oltre un milione di follower con la sua spontaneità: qualche anno fa il figlio Marco pubblicò un messaggio audio in cui il padre, dopo averlo accusato di aver perso le AirPods, si scusava con tono affettuoso. Quell’audio fu visualizzato più di un milione di volte in un giorno e trasformò la loro quotidianità in un fenomeno di costume. Dada, restauratore di mobili antichi, progettista di parchi gioco e proprietario di un negozio idroponico, incarna l’immagine del papà tuttofare che non si vergogna di chiedere scusa. Il soprannome “Dada” gli è stato dato dalla figlia acquisita quando era piccolissima; lui ne parla ancora con tenerezza e continua a sottolineare l’importanza di trascorrere tempo di qualità con i propri figli.La gara ha mostrato tutta l’intesa tra padre e figlio: Dada si è lasciato guidare dall’istinto, mentre Marcolino ha cercato di ragionare su date e invenzioni. L’atmosfera leggera ha reso il gioco anche un’occasione didattica. Diversi spettatori hanno espresso entusiasmo per l’idea di utilizzare il format come strumento per insegnare la storia nelle scuole, altri hanno apprezzato il modo in cui il programma mette alla prova la memoria collettiva. Alcuni commentatori hanno suggerito di accorciare la durata delle puntate o di aggiungere più manche per mantenere alto il ritmo, e c’è chi ha chiesto che i concorrenti collaborino per ridurre gli errori. Non sono mancate osservazioni puntigliose: un utente ha fatto notare che la domanda su Trieste era ambigua perché il passaggio definitivo alla sovranità italiana avvenne con il trattato di Osimo del 1975, non nel 1954; altri hanno ironizzato sui tempi tecnici e sull’illuminazione del set. Nel complesso, però, la maggioranza ha definito il format «fighissimo» e si è divertita a giocare da casa.L’esordio di “Prima o Dopo?” non è stato solo un successo di pubblico, ma anche un crocevia tra linguaggi diversi. Per molti giovani che seguono Dada e Marcolino su TikTok e Instagram, vederli alle prese con un quiz storico è stato sorprendente e ha generato richieste di nuovi ospiti e crossover con altri creator. La prima puntata dimostra che un gioco costruito su cultura e memoria può diventare virale quanto un audio divertente: mescola curiosità storica, spirito competitivo e calore familiare. Se le prossime sfide sapranno mantenere questo equilibrio e magari ascoltare i suggerimenti di chi desidera tempi più serrati, il format potrebbe diventare un appuntamento fisso per chi vuole imparare divertendosi.

Traverso: Scienza al Ranch

Traverso: Scienza al Ranch

A prima vista è solo spettacolo: una moto che entra in curva, la ruota posteriore che “molla”, il retrotreno che scivola verso l’esterno e poi, quasi per magia, la traiettoria si ricompone. Ma dietro quella magia c’è una grammatica precisa fatta di forze, attrito, carichi, geometrie e tempi. È questo il cuore di “La Scienza del traverso, con Valentino Rossi al Ranch”: un racconto che porta lo spettatore a Tavullia, nel MotorRanch VR46, per trasformare un gesto da campioni – il traverso, o powerslide – in una lezione pratica di fisica applicata.Il “traverso” non è una derapata “a caso”. È una perdita di aderenza cercata e gestita, in cui la ruota posteriore scivola ma continua a essere parte della guida, mentre l’avantreno resta il riferimento stabile che “tiene” la curva. È la differenza tra scivolare e controllare lo scivolamento; tra subire il fondo e usarlo come strumento. Ed è un tema che al Ranch diventa naturale, perché qui il terreno è pensato – e vissuto – per insegnare ai piloti a convivere con un’aderenza che non è mai totale.Il Ranch come laboratorio della trazioneIl MotorRanch VR46, sulle colline di Tavullia, è da anni un punto di ritrovo per piloti di diverse categorie e discipline. Non è un semplice “ovale” di dirt track: il tracciato è strutturato come un percorso complesso, con tratti che si collegano, variazioni di pendenza, curve cieche e cambi di ritmo che obbligano a una lettura continua del terreno. La superficie non è asfaltata: è un mix di sabbia su fondo di cemento. Tradotto in termini pratici: l’attrito tra pneumatico e suolo cambia rispetto a una pista tradizionale, e cambia anche la “sensazione” con cui la moto comunica i suoi limiti.In un ambiente così, la derapata non è un incidente: diventa un linguaggio. E quel linguaggio si apprende con moto diverse da quelle del Motomondiale. Nelle sessioni di guida e nelle gare del Ranch si usano moto da enduro/cross adattate al contesto: assetti più bassi, ruote e soluzioni mirate a lavorare su un fondo che premia la progressività e punisce la rigidità dei comandi. La moto, qui, è un attrezzo di precisione per “misurare” l’aderenza, non un’arma per inseguire il limite a ogni costo.“Traverso” significa: creare rotazione senza perdere il controlloIl video scompone il traverso in una sequenza di fasi che, una volta comprese, mostrano quanto sia scientifico ciò che spesso viene raccontato solo come istinto.1) Ingresso: velocità, chiusura del gas e frenata soprattutto anteriore L’azione comincia prima della curva. Il pilota arriva “alto” di velocità, chiude il gas e frena. La frenata, su questo tipo di fondo, è soprattutto anteriore: serve a stabilizzare e a creare un punto fermo. Non è solo una questione di rallentare: è una questione di spostare il peso.2) Trasferimento di carico: l’avantreno diventa il perno Quando si frena, il carico si trasferisce in avanti. È il famoso trasferimento di carico: aumenta la forza con cui l’anteriore “preme” sul terreno. Più carico sull’anteriore significa più capacità di generare forza laterale e quindi più possibilità di “guidare” la moto mentre il posteriore si libera. In questa fase, la ruota davanti smette di essere solo una ruota che rotola: diventa il perno attorno a cui la moto può ruotare.3) Controsterzo: la moto inizia a ruotare Arriva poi un gesto controintuitivo per chi non ha esperienza: il controsterzo. Il manubrio viene mosso in direzione opposta a quella della curva per innescare la rotazione. Su un fondo a bassa aderenza, questo gesto ha un effetto immediato: la ruota posteriore, già “leggera” perché il carico è andato avanti, trova meno grip e comincia a scivolare. È qui che la moto si mette “di traverso”.4) Riapertura del gas: il posteriore scivola, ma in trazione Il traverso non è completo finché il pilota non riapre il gas. È l’acceleratore – più di ogni altro comando – a determinare quanta rotazione si produce e quanta stabilità si mantiene. Aumentare il gas significa aumentare la tendenza del posteriore a scivolare e quindi ad allargare la moto; ridurre il gas aiuta a “riagganciare” e stabilizzare. In questa fase il manubrio serve soprattutto a mantenere la stabilità, non a “sterzare” come si farebbe su asfalto.5) Postura: corpo avanti e verso l’interno La fisica non riguarda solo la moto: riguarda anche il pilota. Nella gestione del traverso, il corpo resta avanzato per aumentare l’aderenza dell’avantreno e inclinato verso l’interno curva. È una scelta funzionale: se l’anteriore perde grip mentre il posteriore scivola, la derapata smette di essere controllata e diventa rischio.6) Uscita: togliere carico all’anteriore, raddrizzare e accelerare Il traverso finisce quando la curva finisce. Per uscire puliti bisogna togliere gradualmente carico all’anteriore, raddrizzare la moto e tornare ad accelerare con continuità. È un passaggio delicato: troppo presto e la moto può “scappare” larga; troppo tardi e si perde velocità in uscita.Questa sequenza rende chiaro un punto: il traverso è una gestione fine dell’aderenza. Non si tratta di sfidare la fisica, ma di farla lavorare a proprio favore.Perché la sabbia “aiuta” e allo stesso tempo complicaSu asfalto la soglia di aderenza è più alta e più netta: si può avere molto grip, ma quando lo si supera il margine di recupero può essere più brusco. Sul fondo del Ranch, invece, l’aderenza è più bassa e più “mobile”: il pneumatico scivola prima, e spesso in modo più progressivo, ma la superficie può cambiare da giro a giro e anche da metro a metro. È il motivo per cui il traverso qui diventa una scuola: obbliga a sentire il limite e a restare morbidi.Ed è anche il motivo per cui il Ranch è considerato, da molti piloti, un luogo formativo unico: insegna la gestione della trazione, l’uso dell’avantreno come riferimento, la capacità di correggere senza irrigidirsi. In poche parole: insegna il controllo.La 100 km dei Campioni: quando la tecnica diventa garaQuesto contesto tecnico non è astratto: ogni anno trova la sua espressione più “pubblica” nella 100 km dei Campioni, la gara a coppie che si corre al Ranch. L’undicesima edizione ha confermato quanto questo evento sia diventato un punto fisso di fine stagione, con un elenco partenti che unisce piloti di massima categoria e specialisti del dirt/flat track, e una formula che negli ultimi anni ha aggiunto competizioni collaterali per aumentare spettacolo e competitività.Nell’ultima edizione disputata, la gara principale si è corsa sulla distanza di cento chilometri, con 23 coppie (46 piloti) e un formato che impone ritmo, gestione e costanza. Il risultato ha premiato la coppia formata da Francesco “Pecco” Bagnaia e Augusto Fernandez, capaci di imporsi nonostante una posizione di partenza arretrata. Alle loro spalle, in una classifica serrata fino all’ultimo, si sono piazzati Diogo Moreira con Federico Fuligni e Luca Marini con Matteo Patacca, in un finale con distacchi ridotti.La stessa edizione è stata segnata anche da episodi che ricordano quanto il controllo, su questo fondo, sia sempre un equilibrio. Valentino Rossi, in coppia con Mattia Casadei, è stato di fatto estromesso dalla lotta di vertice a causa di un inconveniente legato a un contatto nelle fasi iniziali che ha compromesso la moto, rendendo impossibile competere ad armi pari nella gara principale.Eppure, proprio qui si vede la doppia faccia del Ranch: da un lato la severità del fondo, dall’altro la varietà dei format che permettono a talento e sensibilità di emergere anche fuori dalla “cento chilometri”. Nello stesso weekend, infatti, la Sprint ha visto Rossi imporsi in una gara breve sulla pista lunga, mentre l’Americana – il format a eliminazione sul tracciato corto e illuminato artificialmente – ha premiato Elia Bartolini, protagonista di una prova di grande efficacia.Questo mosaico di gare non è solo intrattenimento: è un modo per osservare la tecnica in condizioni diverse. Nel lungo, conta la regolarità e la gestione del rischio; nel breve, conta la precisione immediata; nell’eliminazione, conta la lucidità quando l’errore non è più ammesso.La “scienza del traverso” come ponte tra sport e divulgazioneIl valore aggiunto del video è proprio questo: non si limita a mostrare la derapata, ma la traduce. L’idea è che il traverso non sia un “numero” da stuntman, ma un insieme di scelte coerenti: quando frenare, quanto caricare l’anteriore, quanto controsterzare, quanto gas dare, come posizionare il corpo, come rientrare in traiettoria.In questa narrazione, Valentino Rossi non è soltanto l’icona che ha trasformato Tavullia in un luogo simbolico per i motori: è l’interprete ideale di un tema che parla di sensibilità. Perché il traverso, più di tante altre tecniche, chiede una qualità che non si misura solo con il cronometro: la capacità di sentire la moto prima che “parli” con una perdita di controllo.Dal Ranch alle quattro ruote: una sensibilità che restaC’è poi un ulteriore livello di lettura, particolarmente attuale. Rossi, dopo il ritiro dalle corse motociclistiche, ha costruito una seconda carriera nell’automobilismo e nel 2026 continuerà il suo percorso nelle competizioni GT in Europa con BMW, scegliendo un impegno più compatibile con la vita familiare rispetto ai programmi endurance più itineranti.In apparenza, la derapata su una pista di sabbia e la guida di una GT da gara sono mondi lontani. Ma la “lezione” del traverso li avvicina: in entrambi i casi, la chiave è la trazione. Capire quando una gomma sta per perdere aderenza, modulare un comando invece di “spezzarlo”, usare il carico per creare stabilità, gestire una rotazione senza esagerarla: sono competenze trasversali, letteralmente.E forse è qui che il titolo “La Scienza del traverso” trova la sua definizione più concreta: la scienza non è un contorno, è ciò che rende replicabile il gesto. È ciò che trasforma un colpo di genio in un’abilità allenabile. È ciò che, a Tavullia, ogni curva continua a insegnare – anche quando sembra soltanto polvere e spettacolo.

3i/atlas: Una cometa Naturale

3i/atlas: Una cometa Naturale

All’inizio di luglio 2025 un telescopio del sistema ATLAS (Asteroid Terrestrial‑impact Last Alert System) in Cile registrò un puntino sfocato che si muoveva più velocemente delle normali comete. Dopo un controllo delle immagini ottenute in precedenza – alcune risalenti al 14 giugno – gli astronomi compresero di avere di fronte il terzo oggetto interstellare mai osservato: la cometa 3I/ATLAS. La sigla “3I” indica che si tratta del terzo corpo proveniente da un altro sistema stellare, mentre il nome “ATLAS” rende omaggio alla rete di telescopi che l’ha individuato. A differenza dei corpi legati al Sistema solare, la sua orbita è fortemente iperbolica, cioè non chiusa: questo percorso aperto e la sua elevata velocità, già superiore a 137 000 miglia orarie al momento della scoperta, dimostrano che non tornerà mai più.Gli astronomi hanno seguito 3I/ATLAS con ogni strumento disponibile. Durante la sua rapida cavalcata verso il Sole, il nucleo ghiacciato della cometa – probabilmente grande da poche centinaia di metri a qualche chilometro – ha iniziato a rilasciare gas e polveri formando la chioma e la coda. La fotocamera ad alta risoluzione del Mars Reconnaissance Orbiter ha ripreso l’oggetto quando passava a circa 19 milioni di chilometri da Marte, mentre le sonde Lucy e Psyche, in viaggio verso gli asteroidi, l’hanno fotografato da altre angolazioni. Anche il rover Perseverance, le missioni MAVEN e PUNCH e i telescopi spaziali Hubble e James Webb hanno puntato i loro strumenti per catturare immagini e spettroscopie del visitatore. La raccolta di dati da diverse posizioni ha permesso di ricostruire la traiettoria e di studiare la composizione della chioma.Un corpo proveniente da lontano, non un’astronaveFin dalle prime notizie, 3I/ATLAS è diventata protagonista di indiscrezioni e ipotesi fantasiose. Il fatto che si trattasse di un oggetto interstellare e che nelle prime osservazioni mostrasse una chioma debole alimentò teorie sensazionalistiche secondo cui sarebbe potuto trattarsi di un veicolo artificiale. Un ricercatore noto per le sue speculazioni su precedenti visitatori interstellari elencò dodici “anomalie” della cometa, citando ad esempio l’allineamento quasi perfetto della sua traiettoria con il piano dell’eclittica, la presenza di getti rivolti verso il Sole (detti anticode) e la composizione chimica insolita. Lo stesso studioso sottolineò la massa molto più grande rispetto agli oggetti interstellari osservati in passato, la forte predominanza di nichel rispetto al ferro e il basso contenuto d’acqua, arrivando a ipotizzare che queste caratteristiche potessero essere compatibili con un manufatto di origine non naturale.La comunità scientifica, però, ha risposto con fermezza alle voci di un’astronave. I responsabili della missione hanno chiarito che la cometa si comporta come una cometa: possiede un nucleo solido che sublima quando si avvicina al Sole, sviluppando una chioma e una coda di gas e polveri. Le anticode e le code multiple osservate da molti astrofili sono fenomeni noti: la superficie di un nucleo in rotazione espelle particelle più grandi verso il Sole e queste, colpite dalla radiazione solare, vengono poi spinte all’indietro, creando la sensazione di una coda rivolta nella direzione sbagliata. Gli astronomi hanno misurato quantità elevate di anidride carbonica, insieme a acqua, monossido di carbonio e cianuro, e hanno rilevato anche vapori di nichel. Sebbene il rapporto nichel/ferro e la proporzione di acqua siano diversi rispetto a molte comete del Sistema solare, questi valori rientrano nella vasta gamma di composizioni possibili per un oggetto nato in un altro sistema stellare.Durante una conferenza stampa organizzata il 19 novembre 2025, i responsabili dell’ente spaziale statunitense hanno presentato le immagini più dettagliate finora ottenute e hanno affrontato apertamente le “voci” circolate nei mesi precedenti. Hanno sottolineato che non è stata rilevata alcuna traccia di tecnologia o segnali artificiali, né “tecnosegnature” che possano far pensare a una navicella. La cometa non mostra propulsione autonoma né strutture riconoscibili; tutti i fenomeni osservati – comprese le variazioni di luminosità e la presenza di più getti – possono essere spiegati con processi fisici di sublimazione del ghiaccio e con la rotazione irregolare del nucleo. La comunità astronomica ha quindi applicato il rasoio di Occam: tra l’ipotesi di un oggetto naturale e quella, molto più complicata, di un veicolo alieno, la spiegazione più semplice rimane la più probabile.Orbita, dimensioni e velocitàLa traiettoria di 3I/ATLAS è altamente inclinata e la sua velocità ne attesta l’origine remota. Gli astronomi hanno calcolato che il punto più vicino al Sole (perielio) è avvenuto il 30 ottobre 2025 a circa 1,4 unità astronomiche dal Sole (circa 210 milioni di chilometri). Poche settimane più tardi, il 19 dicembre, l’oggetto raggiunge il punto di massima vicinanza alla Terra, rimanendo comunque a circa 1,8 unità astronomiche (circa 270 milioni di chilometri), quindi più lontano della distanza media che separa il nostro pianeta dal Sole. Non c’è alcun rischio di impatto: dopo aver attraversato il piano delle orbite dei pianeti, la cometa proseguirà verso il sistema esterno e poi tornerà nello spazio interstellare, senza più tornare nei nostri cieli.Le osservazioni radar e i limiti imposti dalle immagini del telescopio Hubble suggeriscono che il nucleo ha un diametro compreso tra circa 440 metri e 5,6 chilometri. Un responsabile della missione ha spiegato che, se il nucleo fosse molto più grande, si vedrebbe un picco di luminosità al centro della chioma, cosa che non è stata osservata. La forma irregolare e la rotazione possono spiegare le variazioni di luminosità e l’apparente “multi‑coda”.Dal punto di vista cinetico, 3I/ATLAS è uno degli oggetti naturali più veloci mai misurati. Subito dopo la scoperta si muoveva a circa 220 000 chilometri all’ora; la velocità è aumentata mentre si avvicinava al Sole, raggiungendo quasi 246 000 chilometri all’ora al perielio. Questa rapidità rende difficile l’osservazione: per catturare immagini nitide le camere devono inseguire la cometa, causando l’allungamento delle stelle di sfondo nelle fotografie. Anche per questo motivo è stato indispensabile coordinare le osservazioni tra decine di strumenti su orbita, sui veicoli marziani e a Terra.Composizione e anomalie apparentiUna delle domande più interessanti per gli astronomi è cosa ci possa insegnare 3I/ATLAS sulla formazione di altri sistemi stellari. Le misure spettroscopiche hanno evidenziato che il gas rilasciato dalla cometa è ricco di anidride carbonica e contiene acqua, monossido di carbonio e cianuro. La quantità relativa di nichel rispetto al ferro è insolitamente elevata, mentre l’acqua rappresenta solo una piccola frazione del materiale sublimato. Questa composizione suggerisce che la cometa potrebbe essersi formata in una regione molto fredda del suo sistema d’origine, dove la CO₂ poteva congelare in abbondanza.Le cosiddette anomalie citate dai sostenitori dell’ipotesi artificiale trovano spiegazioni naturali. L’allineamento con il piano dell’eclittica rientra nelle possibilità statistiche: molti oggetti provenienti da altre stelle possono incrociare il nostro sistema in angoli variabili, ma le probabilità di un angolo piccolo non sono nulle. Le anticode osservate sono il risultato dell’espulsione di grani di polvere relativamente grandi, che vengono spinti via lentamente dalla pressione della radiazione solare; per un certo periodo questi grani appaiono come un getto rivolto verso il Sole. Le variazioni di luminosità e colore dipendono dall’attività della chioma: quando la cometa si avvicina al Sole, i getti aumentano di intensità e la chioma diventa più brillante e di colore più blu, effetto già osservato in altre comete.Gli astronomi hanno inoltre notato che 3I/ATLAS emette più carbonio che acqua rispetto alle comete del Sistema solare e che produce una quantità relativamente elevata di nichel. Questi dati sono “interessanti” e meritano ulteriori studi, ma non implicano in alcun modo l’esistenza di una tecnologia avanzata; al contrario, rappresentano un’opportunità per comprendere come i materiali nei dischi protoplanetari di altri sistemi si differenzino dal nostro.Un’opportunità scientificaAl di là delle fantasiose supposizioni, 3I/ATLAS offre agli astronomi una finestra unica sulla chimica di altri sistemi stellari. Studiando i gas e le polveri rilasciati dalla cometa, i ricercatori possono confrontare gli elementi e le molecole presenti con quelli delle comete del Sistema solare e testare i modelli di formazione planetaria. L’occasione di osservare un oggetto che nasce sotto un’altra stella e che passa per un breve periodo vicino ai nostri strumenti è estremamente rara; per questo quasi tutti i telescopi – dalle missioni su Marte a quelli in orbita attorno alla Terra – sono stati coinvolti nella campagna di osservazione.Gli scienziati sottolineano che non c’è alcun pericolo: la cometa rimarrà sempre distante e, dopo la metà di dicembre, diventerà nuovamente invisibile anche ai più potenti telescopi. Ciò che resterà sarà un patrimonio di dati che permetterà di comprendere meglio la diversità dei materiali nei sistemi planetari e di affinare le tecniche con cui in futuro si cercheranno tracce di vita altrove. In questo senso, 3I/ATLAS non è una navicella aliena ma un messaggero naturale che porta con sé indizi sull’evoluzione di mondi lontani e sulla nostra stessa curiosità di esplorare l’universo.

Schema Ponzi: Guadagni facili

Schema Ponzi: Guadagni facili

Lo schema Ponzi è una delle frodi finanziarie più longeve e ingannevoli del mondo. Il nome deriva dal finanziere italiano Charles Ponzi, che nel 1920 raccolse milioni di dollari promettendo un rendimento del 50 % in 45 giorni sfruttando un supposto arbitraggio sui buoni di risposta internazionale. In realtà non comprava né rivendeva buoni, ma utilizzava i capitali dei nuovi aderenti per pagare gli interessi a quelli precedenti. La catena crollò quando alcuni giornalisti scoprivano che i profitti non provenivano da attività reali, provocando il panico e il ritiro dei fondi.Oggi lo schema Ponzi continua a mietere vittime in tutto il mondo, alimentato dalla ricerca di guadagni facili senza rischi e dalla diffusione di canali digitali. Gli investitori sono attratti da offerte di ritorni elevati e garantiti, spesso sostenute da testimonial famosi o da un’apparente rispettabilità. In realtà si tratta di un sistema che non produce utili e che si regge esclusivamente sull’afflusso di nuovi fondi.Come funziona la truffaAlla base dello schema Ponzi ci sono quattro fasi ricorrenti:-  Promesse di rendimenti elevati e sicuri: i truffatori propongono investimenti con profitti molto superiori a quelli di mercato, presentandoli come opportunità senza rischi. Questa leva psicologica è la prima trappola.-  Restituzione ai primi investitori: per creare fiducia, i primi partecipanti ricevono realmente gli interessi promessi. Questi soldi, tuttavia, provengono semplicemente dai versamenti dei nuovi aderenti.-  Passaparola e reclutamento: vedendo i primi guadagni, sempre più persone vengono convinte a investire, spesso invitando amici e parenti. La crescita della base di investitori diventa l’unica sorgente di liquidità.-  Crollo del sistema: quando i nuovi ingressi non sono più sufficienti a sostenere i pagamenti o troppe persone chiedono il rimborso, la catena si spezza. Non essendoci investimenti reali, la maggior parte dei partecipanti rimane con perdite totali.-  Le caratteristiche principali sono facilmente riconoscibili: rendimenti costanti e fuori mercato, mancanza di trasparenza sulle attività svolte, pressioni a reclutare altri investitori e difficoltà nel recuperare i propri soldi. Una regola d’oro della finanza è che non esistono guadagni senza rischi: più alto è il rendimento promesso, più alto è il rischio, e nessun operatore serio garantisce profitti elevati in tempi brevi.Le nuove frontiere digitaliNegli ultimi anni lo schema Ponzi ha trovato terreno fertile nel mondo digitale. Molte truffe utilizzano piattaforme di investimento online, wallet di criptovalute o programmi di “cloud mining”, apparentemente innovativi ma privi di qualsiasi attività produttiva. Gli schemi digitali seguono lo stesso copione: promettono rendimenti straordinari, pagano i primi aderenti con i soldi dei nuovi, incoraggiano a portare altri investitori e crollano quando si interrompe il flusso di denaro. Nel caso della piattaforma “8 Hours Mining”, ad esempio, gli utenti venivano attirati con titoli che parlavano di profitti quotidiani superiori a settemila dollari; l’analisi del sito ha evidenziato la totale assenza di infrastrutture di mining, mentre la messaggistica interna offriva bonus per chi portava nuovi membri e garantiva “sicurezza assicurata” senza fornire documenti o certificazioni.Le criptovalute sono diventate uno strumento privilegiato per queste frodi. Nel 2024, il promotore Juan Tacuri è stato condannato a 20 anni di carcere per aver partecipato allo schema Forcount (in seguito chiamato Weltsys), una falsa società di mining e trading di criptovalute. Gli investitori, soprattutto di lingua spagnola, erano convinti che i profitti derivassero da attività di trading; in realtà i fondi venivano usati per pagare altri investitori e per finanziare spese personali. I promotori promettevano la duplicazione degli investimenti in sei mesi, ma la piattaforma non permetteva di prelevare i fondi e vendeva token senza valore.La digitalizzazione facilita anche il reperimento delle vittime: secondo studi recenti, i truffatori contattano sempre più spesso le vittime attraverso social network, siti web e app, combinando queste piattaforme con l’intelligenza artificiale per rendere le truffe più credibili. Le nuove modalità di pagamento, come le criptovalute e le app di pagamento istantaneo, riducono la possibilità di recuperare il denaro una volta trasferito.Casi recenti e clamorosiNext Level e Yield Term Deposits (Stati Uniti, 2024 – 2025) – L’imprenditore Nicholas Regan e i suoi soci offrivano titoli e depositi che promettevano utili derivanti da attività nel settore dei metalli preziosi e da investimenti collegati all’Affordable Care Act. Le loro proposte includevano anche presunte garanzie assicurative. In realtà, l’azienda non realizzava investimenti significativi; i proventi venivano pagati con i fondi dei nuovi investitori, mentre i promotori falsificavano polizze assicurative e utilizzavano parte del denaro per spese personali. La chiusura delle società nel novembre 2024 ha lasciato perdite superiori a 50 milioni di dollari.First Liberty Building & Loan (Georgia, 2025) – La Securities and Exchange Commission ha denunciato la società e il suo fondatore, Edwin Brant Frost IV, per aver orchestrato un’offerta fraudolenta da 140 milioni di dollari. La società vendeva note promissorie con interessi annuali dall’8 % al 18 % finanziando presunti prestiti a breve termine. Secondo la denuncia, dal 2021 Frost utilizzava i capitali dei nuovi sottoscrittori per pagare gli interessi ai vecchi e per coprire spese personali, inclusi acquisti di monete rare, carte di credito e donazioni politiche.Forcount/Weltsys (America Latina – Stati Uniti, 2018–2021) – Presentato come un programma di mining e trading di criptovalute, prometteva guadagni giornalieri garantiti e la possibilità di raddoppiare l’investimento in pochi mesi. In realtà non veniva effettuata alcuna attività di mining: i fondi dei nuovi investitori venivano usati per pagare i precedenti e per acquistare immobili e beni di lusso. Quando i partecipanti hanno cercato di ritirare il denaro, la piattaforma ha bloccato i conti e ha offerto token privi di valore.Quadriga CX (Canada, 2018) – L’exchange di criptovalute accumulò circa 200 milioni di dollari canadesi promettendo rendimenti elevati. Il fondatore Gerald Cotten custodiva da solo le chiavi dei portafogli e depositava i fondi su conti personali. Dopo la sua morte improvvisa, gli investitori scoprirono che non esistevano i fondi dichiarati e che l’azienda aveva operato come uno schema Ponzi.Massimo Bochicchio (Italia, 2010–2022) – Il finanziere romano, soprannominato il “Madoff dei Parioli”, gestiva una rete di investimenti offshore tramite società con sede a Londra, Hong Kong e Panama. Prometteva rendimenti elevati a clienti facoltosi del mondo dello sport e dell’imprenditoria. Secondo le indagini, avrebbe frodato VIP come Antonio Conte e Marcello Lippi per circa 600 milioni di euro. I fondi transitavano tramite conti presso una banca londinese e venivano convogliati in veicoli offshore. Bochicchio è morto in un incidente nel 2022 mentre era ai domiciliari in attesa di processo.Bernard Madoff (Stati Uniti, 1990–2008) – È considerato il più grande schema Ponzi della storia. Madoff, ex presidente del Nasdaq, promise rendimenti costanti e utilizzo di sofisticate strategie di trading. In realtà pagava gli interessi con i capitali dei nuovi investitori e dirottava i fondi in conti segreti. Il valore della frode è stato stimato in oltre 60 miliardi di dollari.Questi casi dimostrano che lo schema Ponzi può assumere forme diverse: dagli investimenti in metalli preziosi alle criptovalute, dai programmi pensionistici alle iniziative benefiche. La costante è sempre la stessa: rendimenti attraenti, assenza di rischi apparenti e mancanza di reali attività economiche.Come difendersiPer proteggersi da una truffa Ponzi occorre innanzitutto diffidare di chi promette guadagni elevati e garantiti. È importante verificare che l’intermediario sia autorizzato dall’autorità di vigilanza (in Italia la Consob) e che le attività proposte siano comprensibili e documentate. Tra i segnali di allarme figurano:-  Rendimenti troppo alti e garantiti: nessun investimento legittimo assicura guadagni elevati senza rischi.-  Assenza di trasparenza: se non viene spiegato chiaramente come sono generati i profitti o dove vengono investiti i fondi, è probabile che si tratti di una frode.-  Difficoltà a ritirare i soldi: ritardi nei pagamenti, richieste di nuove adesioni o costi inattesi sono segnali di allarme.-  Pressione a reclutare altri investitori: la necessità di ampliare continuamente la base di partecipanti è tipica di uno schema piramidale.-  Uso di strumenti poco tracciabili: pagamenti in criptovalute, piattaforme non regolamentate o sistemi di “cloud mining” sono spesso impiegati per rendere più difficile il recupero dei fondi.La prevenzione passa anche attraverso l’educazione finanziaria. Organismi di vigilanza e istituzioni pubbliche producono campagne informative per mettere in guardia i risparmiatori: nel 2025, per esempio, l’autorità di vigilanza italiana ha diffuso un video definendo lo schema Ponzi “la madre di tutte le truffe finanziarie” e invitando i cittadini a non cedere all’«effetto gregge». Inoltre, le autorità statunitensi continuano a perseguire penalmente i responsabili: nel caso Forcount il promotore è stato condannato a 20 anni di reclusione, mentre i gestori di Next Level e Yield sono stati incriminati per frode e reati finanziari.La prevenzione passa anche attraverso l’educazione finanziaria. Organismi di vigilanza e istituzioni pubbliche producono campagne informative per mettere in guardia i risparmiatori: nel 2025, per esempio, l’autorità di vigilanza italiana ha diffuso un video definendo lo schema Ponzi “la madre di tutte le truffe finanziarie” e invitando i cittadini a non cedere all’«effetto gregge». Inoltre, le autorità statunitensi continuano a perseguire penalmente i responsabili: nel caso Forcount il promotore è stato condannato a 20 anni di reclusione, mentre i gestori di Next Level e Yield sono stati incriminati per frode e reati finanziari.ConclusioneLo schema Ponzi sopravvive da oltre un secolo perché sfrutta la psicologia umana: il desiderio di arricchirsi rapidamente e la fiducia riposta in chi offre rendimenti impossibili. Con l’avvento delle criptovalute e dei social network, queste truffe si sono evolute, ma il principio resta invariato. Non esistono guadagni facili senza rischi: ogni investimento richiede analisi, tempo e consapevolezza. Per non cadere nella rete dei truffatori occorrono informazione, diffidenza verso le offerte troppo allettanti e rispetto delle regole. Le vicende più recenti dimostrano che, nonostante le dimensioni variabili e la tecnologia impiegata, alla fine la piramide crolla sempre lasciando sul campo migliaia di vittime e danni economici enormi.

Crack per sentirmi forte

Crack per sentirmi forte

«Facevo uso di crack per sentirmi forte»: la storia di Tiziana, oggi tatuatrice - C’è una frase che sintetizza la parabola di Tiziana, 31 anni: «facevo uso di crack per sentirmi forte». Non per “staccare la spina”, ma per reggere una maschera di invulnerabilità costruita negli anni, quando la paura di essere ferita si era trasformata in aggressività e nel bisogno di apparire intoccabile. Oggi Tiziana è tatuatrice — e anche corriere — e la sua vicenda è una testimonianza concreta di come il lavoro sulle proprie fragilità, più ancora che sulla sostanza, possa segnare la rinascita.La sua insicurezza affonda le radici nell’infanzia. Il cambio di scuola e di paese l’aveva fatta sentire «l’ultima arrivata». Per distinguersi, scelse di diventare la “pecora nera”: frequentava persone più grandi e dall’aria “sbagliata”, non per attrazione verso quel mondo, ma per proteggersi. L’aggressività era la corazza: attaccare prima di essere attaccata.L’incontro con le sostanze avviene presto, a 13 anni. Prima la cannabis, poi la cocaina e l’ecstasy. Ma non si trattava di un viaggio per evadere: Tiziana parla di una “dipendenza dall’immagine”, dall’interpretare il ruolo della ragazza dura. La prova è in un episodio spartiacque: durante una relazione con un ragazzo che non faceva uso di droghe, smette tutto — e lo fa senza difficoltà — per due anni. Segno che non cercava lo sballo, ma quella sensazione di potenza che le permetteva di non mostrarsi fragile.Quando quella storia finisce, il castello crolla. Ricomincia con la cocaina e il passo verso il crack è rapido. L’isolamento diventa totale; il corpo dimagrisce fino a 48 chili; la vita sociale si spegne. Un incidente d’auto funziona da detonatore: i genitori pongono un ultimatum, “comunità o fuori casa”. Dopo una settimana da sola, Tiziana capisce di aver toccato il fondo e chiede aiuto.In comunità resta tre anni e mezzo. Non ne esce “cambiata” nel carattere — come ripete — ma finalmente capace di gestire l’insicurezza senza scudi aggressivi. Il lavoro quotidiano le insegna a riconoscere la parte vulnerabile e a non temerla: la dipendenza era anche un modo per sostenere il personaggio che si era cucita addosso. Disinnescato quel meccanismo, le sostanze perdono la presa.Oggi Tiziana ha un presente concreto: lavora come tatuatrice e come corriere, due professioni che le restituiscono autonomia e responsabilità. Nella sala di un tattoo studio, la manualità fine, l’ascolto del cliente, la pianificazione di un progetto sulla pelle: è un lavoro che chiede concentrazione, fiducia e cura. Sono gli opposti della chiusura e della fuga che avevano scandito gli anni bui.C’è anche un messaggio alla sé tredicenne, che suona come un controcanto alla maschera dell’onnipotenza: non temere il giudizio degli altri, perché ci sarà sempre; sii te stessa, anche quando ti senti “non abbastanza”. È l’invito a riconoscere che non piaceremo mai a tutti, e che va bene così. Per lei, accettare l’aiuto non è stato un gesto di debolezza, ma il primo passo per smettere di «buttare via il tempo» e ricominciare a crescere.La vicenda di Tiziana illumina un punto spesso rimosso del discorso pubblico: non sempre si fa uso di cocaina o crack per “scappare”, a volte lo si fa per reggere un’identità di ferro che nasconde buchi profondi di autostima. Per questo i percorsi efficaci non si limitano alla sostituzione della sostanza, ma lavorano sulle emozioni, sulle relazioni e sul modo in cui ci si percepisce. La sua rinascita non è il colpo di scena di un giorno, ma la somma di scelte quotidiane, limature, ricadute evitate e nuove abitudini.Guardare questa storia nella cornice più ampia aiuta a capirne la portata. In Italia, i segnali sul fronte degli stimolanti — cocaina e crack — restano preoccupanti, e i percorsi residenziali di lunga durata hanno tipicamente un orizzonte di circa tre anni. Sono proprio tempi così lunghi a permettere di scalfire le “armature” costruite negli anni, come mostra il caso di Tiziana. La sua è una cronaca di vulnerabilità affrontata, più che un racconto di eroismi: e proprio per questo parla a molti.

Che cosa sente il Corpo in RM?

Che cosa sente il Corpo in RM?

Cosa succede al nostro corpo durante una risonanza magnetica? All’esterno la risonanza magnetica (RM) sembra silenziosa; all’interno, il nostro corpo entra in un ambiente fisico molto controllato in cui agiscono tre componenti: un campo magnetico statico potente, campi magnetici che variano rapidamente (gradienti) e onde radio (RF). È la combinazione di questi elementi a generare le immagini — e anche le sensazioni più comuni che i pazienti riferiscono.L’allineamento dei protoni: il “segreto” dell’immagineLe molecole d’acqua e di grasso del corpo contengono atomi di idrogeno. Il campo magnetico della RM orienta i loro protoni; brevi impulsi di radiofrequenza li spostano e, quando cessano, l’energia rilasciata viene “raccolta” dalle antenne del sistema e trasformata in immagini. Questo processo è impercettibile: non si sente l’azione del magnete né delle onde radio.Che cosa si percepisce davvero-  Rumore: durante l’esame si avvertono colpi ritmati, fischi o “battiti” rapidi. Non sono segno di guasto, ma l’effetto meccanico dei gradienti che vibrano. Le strutture forniscono sempre protezioni acustiche (tappi o cuffie); con questi dispositivi l’esposizione sonora rientra nei limiti di sicurezza previsti.-  Formicolii o piccoli “sussulti” muscolari: sono dovuti alla rapida variazione dei gradienti, che può stimolare in modo transitorio i nervi periferici. Di solito sono lievi e passeggeri; è sufficiente avvisare il tecnico se disturbano.-  Lieve sensazione di calore: l’energia RF può generare un modesto riscaldamento cutaneo o corporeo, tenuto sotto controllo dal sistema mediante limiti di potenza (SAR) e pause tra le sequenze.-  Capogiri o nausea, specialmente quando ci si muove dentro/fuori dal gantry: nei campi più elevati può comparire un transitorio senso di vertigine perché il magnete interagisce con l’apparato vestibolare dell’orecchio interno. In rari casi si osservano fosfeni (piccoli lampi di luce periferici), innocui e di breve durata.Durata e immobilitàIn base alla regione anatomica e al protocollo, un esame tipico dura circa 15–60 minuti. Restare immobili — e seguire eventuali istruzioni di respiro — evita immagini mosse e ripetizioni.Prima di entrare in salaÈ essenziale rimuovere tutti gli oggetti metallici o elettronici (gioielli, orologi, smartphone, carte magnetiche), indossare abiti senza inserti o filati metallici e, se è interessata la testa, evitare cosmetici con pigmenti metallici (mascara/eyeliner “glitter”). Mascherine, cerotti o sensori con parti metalliche vanno sostituiti con dispositivi compatibili.Impianti e dispositiviMolti impianti moderni (pacemaker, defibrillatori, neurostimolatori, pompe, protesi, stent) sono etichettati come MR Safe o MR Conditional. Oggi la RM è spesso possibile anche nei portatori di dispositivi cardiaci, purché in centri esperti e con protocolli dedicati (programmazione del dispositivo, monitoraggio e parametri di scansione specifici). È fondamentale dichiarare sempre qualsiasi impianto, vecchio o nuovo, e presentare il tesserino del dispositivo.Tatuaggi, trucco permanente e accessoriIn rari casi i tatuaggi o il trucco permanente possono dare sensazioni di calore, pizzicore o lieve bruciore nella zona tatuata, soprattutto se l’inchiostro contiene particelle conduttive. Si tratta quasi sempre di fenomeni transitori; informare preventivamente l’equipe aiuta a prevenire o gestire il disturbo.Contrasto al gadolinio: quando serve e quali effetti aspettarsiIl mezzo di contrasto a base di gadolinio si somministra solo se migliora la qualità diagnostica. Nella maggior parte dei pazienti gli effetti indesiderati sono rari e di solito lievi (per esempio nausea passeggera o alterazione del gusto). Da anni è noto che piccolissime quantità di gadolinio possono persistere nell’organismo: le autorità hanno perciò limitato l’uso di alcuni agenti “lineari”, privilegiando formulazioni macrocicliche, più stabili. Per le persone con grave insufficienza renale si valutano con attenzione indicazione e tipo di agente. In gravidanza l’impiego del contrasto si riserva solo ai casi in cui il beneficio superi chiaramente i rischi; durante l’allattamento, nella maggior parte delle situazioni non è necessario interrompere le poppate dopo la somministrazione.Gravidanza e bambiniLa RM senza contrasto è considerata l’esame di scelta quando occorre evitare radiazioni ionizzanti in gravidanza. Nei bambini, per alcune indagini, può servire sedazione leggera (per restare immobili), con monitoraggio anestesiologico e protocolli dedicati.Claustrofobia: come si affrontaTra l’1% e il 15% dei pazienti riferisce claustrofobia o ansia. Oltre a informazione e tecniche di respirazione, aiutano i sistemi wide‑bore (apertura fino a 70 cm), ambienti con musica/illuminazione dedicata, visori a specchio per “allargare” lo spazio percepito o, se necessario, una blanda sedazione. In selezionati casi si può ricorrere a piattaforme “open”, accettando i possibili compromessi di qualità e tempo.Rischi rari ma reali e perché lo screening è decisivoLe complicanze gravi sono rare. Le più frequenti, se le procedure non vengono seguite, sono ustioni cutanee (per contatto prolungato con la parete del tunnel, cavi/elettrodi che formano “anelli” o dispositivi non compatibili) e incidenti da effetto proiettile quando oggetti ferromagnetici entrano per errore in sala. Per questo lo screening è minuzioso e molte strutture adottano anche rilevatori ferromagnetici in ingresso. Collaborare con i professionisti — dichiarando impianti, ferite metalliche, tatuaggi e stati fisiologici — è la misura di sicurezza più importante.Consigli pratici, in breve• Portare documentazione di impianti o protesi;• Indossare abiti senza parti metalliche; niente cosmetici metallici se si studia la testa;• Segnalare tatuaggi e trucco permanente;• Avvisare se si è in gravidanza o si allatta;• Comunicare eventuale claustrofobia: esistono soluzioni dedicate;• Restare immobili, seguire le istruzioni di respiro e usare sempre la protezione auricolare.

Ivana: Dal buio del Fentanyl

Ivana: Dal buio del Fentanyl

«Il fentanyl era la risposta al mio disagio». È la frase con cui Ivana, oggi 28enne, sintetizza un passato di sofferenza e di dipendenza da oppioidi. La sua testimonianza, raccontata nel terzo episodio (EP.3) di una serie di interviste divulgative, è la cronaca di una caduta e di una risalita che parlano a molte famiglie italiane.Figlia di due medici, cresciuta tra Arezzo e le radici ugandesi trasmesse dalla nonna, Ivana descrive un’infanzia serena incrinata all’ingresso nell’adolescenza: isolamento, episodi di razzismo, la sensazione di non appartenere. Prima l’alcol, poi – durante il liceo – il salto ai farmaci presenti in casa: morfina e soprattutto fentanyl, un oppioide sintetico potentissimo. Non cercava “lo sballo”, dice, ma l’anestesia emotiva: spegnere dolore, ansia, inadeguatezza. La tolleranza è cresciuta, così come le crisi d’astinenza, fino a chiuderla per mesi in un appartamento, prigioniera di un consumo incessante.Nel tentativo di ricucire le ferite identitarie, i familiari la mandano per un periodo in Uganda. Lì, una rapina finita in tragedia – lo zio ucciso e lei stessa ferita – segna un’ulteriore frattura. Al ritorno in Italia, la dipendenza riprende il sopravvento. La svolta arriva grazie alla nonna: a 80 anni lascia tutto, la accompagna in una clinica di disintossicazione a Verona e poi in comunità. È in quel contesto che Ivana impara a raccontarsi, ad accettare la vulnerabilità e a costruire nuove abitudini.In comunità scopre la corsa. Non come gara, ma come ascolto di sé. Chilometro dopo chilometro, arriva a concludere la sua prima maratona a Verona. Nel frattempo riemerge un desiderio antico, cresciuto in una casa di camici e stetoscopi: studiare Medicina. Oggi Ivana è iscritta al secondo anno e vive a Firenze. Il suo messaggio ai coetanei è netto: chiedere aiuto funziona; la rete di cura e di prossimità – famiglia, comunità, professionisti – può salvare la vita.Il caso personale non va letto fuori contesto. Il fentanyl è un analgesico oppioide di potenza eccezionale (decine di volte superiore alla morfina) con effetti terapeutici imprescindibili in ambito clinico, ma capace – se usato fuori controllo medico – di indurre rapidamente dipendenza e di provocare overdose per depressione respiratoria. L’antidoto di riferimento, il naloxone, può invertire l’overdose se somministrato tempestivamente, ma l’elevata potenza degli analoghi impone formazione capillare e risposta rapida.L’Italia, pur non registrando i numeri degli Stati Uniti, ha alzato il livello di guardia. Nel 2024 è stato varato un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, con azioni coordinate: monitoraggio dei mercati, allerta rapida, tracciamento delle prescrizioni anomale, formazione degli operatori sanitari e della rete di emergenza, sensibilizzazione dei servizi territoriali. Nello stesso anno, un campione di eroina venduta a Perugia è risultato contenere una quota di fentanyl: un episodio che ha fatto scattare procedure di allerta e rafforzato i controlli.Sul fronte europeo, nell’agosto 2025 sono entrate in vigore nuove misure sui precursori chimici utilizzati nelle sintesi illecite, con l’inclusione di due intermedi chiave tra le sostanze più rigidamente controllate. È un tassello cruciale: limitare a monte i mattoni chimici rende più difficile produrre fentanyl e analoghi destinati al mercato illegale.La storia di Ivana non è un’eccezione miracolistica, ma l’evidenza che prevenzione, cura e comunità funzionano. Tre i punti che emergono con forza:1) Riconoscere presto il disagio – ansia, isolamento e discriminazione sono fattori di rischio reali; ignorarli apre la strada all’automedicazione pericolosa.2) Abbattere lo stigma – chi chiede aiuto non è “debole”: è competente sul proprio benessere. Lo stigma ritarda l’accesso alle cure.3) Integrare le risposte – medicina delle dipendenze, psicoterapia, interventi sul contesto di vita e strumenti di riduzione del danno (incluso l’accesso al naloxone) devono coesistere.Nel suo EP.3, Ivana consegna una bussola a studenti, famiglie e decisori: dare parole al dolore, chiedere aiuto e pretenderlo, sostenere chi cura. È così che si spezza l’equazione tossica “disagio = oppioidi” e si restituisce alle persone la possibilità di futuro.

Sardegna: Vita da Minatori

Sardegna: Vita da Minatori

Sotto le scogliere di Masua e tra i poggi del Sulcis-Iglesiente, la Sardegna custodisce ancora un cuore di roccia. Qui il lavoro “da minatore” non è scomparso: è cambiato pelle. Alle vecchie gallerie del carbone si affiancano cantieri di messa in sicurezza, bonifiche ambientali, siti museali e cave lapidee dove perforazioni, tagli e brillamenti scandiscono turni, procedure e allarmi. La scena quotidiana resta quella di elmetti, maschere antipolvere e sirene: crolli da prevenire, polveri da abbattere, esplosioni da programmare.Dopo il carbone: chiusure e riconversioniLa produzione di carbone nell’ultima miniera del Sulcis si è fermata a fine 2018. Da allora l’area vive una lunga fase di chiusura “assistita”: messa in sicurezza, ripristino dei siti, riconversione industriale. Nel 2025 la Regione ha imboccato la fase finale: tutele per i lavoratori rimasti e un percorso di rilancio che punta su ricerca, energie pulite e nuovi usi delle infrastrutture sotterranee. L’immagine del minatore, qui, oggi è spesso quella di chi ispeziona gallerie, mette centine, drena, monitora pareti e imbocchi per ridurre il rischio di cedimenti.Crolli evitati: sicurezza e cantieri in ex siti minerariDove la roccia “tira” e le volte sono fragili, il primo compito è impedire i crolli. Nei poli storici – Monteponi, Campo Pisano, Serbariu – la giornata di molti addetti scorre tra consolidamenti, recinzioni di gallerie dismesse, drenaggi e coperture provvisorie. È un lavoro silenzioso e tecnico, fatto di carotaggi, reti paramassi, chiodature e colate: la differenza tra un tunnel riaperto ai visitatori e un varco interdetto per rischio di collasso.Polvere: la linea rossa della saluteLa polvere resta il nemico invisibile. La storia mineraria sarda ha conosciuto la silicosi; oggi la prevenzione è routine: abbattimento polveri con acqua in perforazione e taglio, ventilazione forzata nelle cavità, DPI ad alta efficienza. Nei cantieri di bonifica e nelle cave, i protocolli obbligano a misurare, bagnare, aspirare. È anche una questione di cultura della sicurezza: checklist ad ogni cambio turno, presidi sanitari e formazione sulle esposizioni alla silice cristallina.Esplosioni controllate: il brillamento come mestiere“Esplosioni” in Sardegna significa soprattutto cava. Nelle litologie compatte si alternano filo diamantato, segatrici a catena e brillamenti programmati. Nulla è lasciato al caso: gli esplosivi omologati, i detonatori, i tempi di ritardo, l’evacuazione e le sirene sono regolati da norme stringenti. Il minatore di cava – spesso “artificiere” abilitato – prepara i fori, carica, sigilla, mette in sicurezza, segnala. Il boato dura secondi; il resto è controllo e ripristino.Numeri e lavoro: le cave del marmo di OroseiSul versante orientale, le cave del Marmo di Orosei sono tra i cantieri lapidei più rilevanti d’Italia. In vasche “a cielo aperto” si estraggono blocchi che alimentano segherie e laboratori in tutta Europa. È un lavoro fisico e specialistico: si manovrano fili diamantati, pale gommate da decine di tonnellate, carriponte, si orientano i tagli lungo i piani di stratificazione per ridurre fratture e scarti. La polvere calcarea imbianca tutto: per questo si nebulizza, si lava, si copre. E quando la roccia non concede, torna il brillamento, con finestre operative puntuali per ridurre vibrazioni e rischi.Incidenti che ricordano quanto sia sottile il margineSe procedure e tecnologia hanno alzato l’asticella della sicurezza, il rischio non scompare mai. Le cronache del 2025 hanno ricordato quanto una scala, un bordo cava, un ancoraggio possano trasformarsi in una caduta grave. È la ragione per cui nei piazzali si ridisegnano percorsi separati uomo-mezzo, si forzano imbragature anche per lavori “di pochi minuti”, si moltiplicano parapetti e linee vita.Bonifiche e memoria: Monteponi, Serbariu, Porto FlaviaAccanto ai cantieri, c’è la memoria viva. La Grande Miniera di Serbariu ha sospeso le visite nel 2024 per lavori di ristrutturazione; Monteponi continua interventi su discariche storiche e fronti instabili; gallerie e tratti ferroviari dismessi vengono riaperti o chiusi in base ai nuovi rilievi di sicurezza. Sul mare, Porto Flavia e la Laveria Lamarmora restano simboli mondiali di archeologia industriale: qui il paesaggio chiede protezione e coerenza con qualsiasi progetto contemporaneo.Il paesaggio del lavoro: camminare sulla storiaLa fatica dei minatori si può ancora “toccare” a piedi. Il Cammino Minerario di Santa Barbara è un anello di circa 500 chilometri in 30 tappe che unisce laverie, pozzi, villaggi e scogliere. È diventato un volano economico per B&B, rifugi, guide e trasportatori locali: un modo per trasformare trincee e gallerie in itinerari, senza rimuovere le ferite del territorio.Dal sottosuolo all’energia: idrogeno, gravità e datiIl futuro del lavoro “in miniera” potrebbe essere energetico: laboratori e progetti sull’idrogeno verde a Carbonia, prototipi di accumulo gravitazionale che usano pozzi e cavità come “batterie”, perfino data center energivori che appoggiano a connessioni e infrastrutture elettriche esistenti. È una riconversione che chiede competenze tecniche da minatori 4.0: cablaggi in sotterraneo, sensoristica, gestione del rischio, logistica ipogea.Tradizioni che resistono: Santa BarbaraIl 4 dicembre, tra Montevecchio, Iglesias e i paesi minerari, si celebra la patrona dei minatori e degli artificieri. È il giorno in cui i caschi sfilano accanto ai simulacri, le sirene tacciono e le storie di galleria si raccontano a cielo aperto. Un rito civile oltre che religioso: una comunità che si riconosce nel lavoro e nei suoi caduti.ConclusioneIn Sardegna il mestiere del minatore non è un reperto museale. È un lavoro che continua – diverso, più tecnico, più normato – nelle bonifiche, nelle cave, nei siti di archeologia industriale e nei progetti energetici. La triade che lo definisce resta la stessa: crolli da evitare, polvere da domare, esplosioni da governare. È in quell’equilibrio che si misura, giorno per giorno, la vita dei minatori di oggi.

Dentro la Cabina di Linea

Dentro la Cabina di Linea

Dalla porta chiusa al “benvenuti a destinazione”, in cabina di pilotaggio si svolge un lavoro metodico e coreografato al secondo. Prima ancora di spingere indietro dall’area gate, i piloti completano in silenzio briefing e checklist, ripassano le minime operative, valutano meteo e NOTAM, calcolano le prestazioni di decollo e definiscono ruoli e call‑out. Quasi tutto avviene su EFB (Electronic Flight Bag), che ha reso la cabina sempre più digitale: piani di volo aggiornati, mappe aeroportuali interattive, performance tool e un canale diretto con la dispacciatura operativa.Rullaggio e decollo: la “cabina sterile”Durante le fasi critiche—rullaggio, decollo e avvicinamento/atterraggio—la regola della “cabina sterile” impone di ridurre al minimo distrazioni e conversazioni non operative. Le chiamate sono standardizzate (“set thrust”, “V1”, “rotate”), la decisione di proseguire o interrompere la corsa è stata anticipata nel briefing, e il profilo di salita può seguire procedure anti‑rumore (NADP) definite con l’aeroporto. In pochi secondi l’aereo passa dal peso di decollo alla fase di riduzione spinta, retrazione flap e accelerazione alla velocità di salita.Climb & cruise: automazione, dati e collegamenti digitaliIn quota, l’automazione governa assetto e navigazione attraverso FMS, autopilota e autothrust seguendo rotte RNAV e livelli assegnati. Accanto alla fonia VHF, si usano collegamenti dati con i controllori (CPDLC/Data Comm) per autorizzazioni scritte e più chiare, soprattutto in rotta o in spazi aerei ad alta densità. L’EFB continua a essere il “cruscotto informativo”: revisioni meteo, deviazioni rotta, fuel management e analisi delle turbolenze con strumenti di nowcast/forecast che integrano dati oggettivi (EDR) inviati da migliaia di velivoli.Turbulenza: prevenzione, cintura allacciata e decisioni tempestiveLe compagnie adottano piattaforme che aggregano segnalazioni di turbolenza quasi in tempo reale, affiancando i tradizionali modelli previsionali. Non tutta la turbolenza si vede al radar (quella in aria chiara è insidiosa), quindi l’istruzione basilare resta la stessa: cintura allacciata quando il segnale è acceso e oggetti stivati. Episodi recenti hanno ribadito che un singolo evento può generare infortuni gravi: per questo, in cabina si anticipano cambi di livello e rotta, si coordina il servizio di bordo con l’equipaggio di cabina e, quando serve, si privilegia prudenza e comfort.Gestione della fatica: turni, riposi e “controlled rest”La programmazione dei turni e i limiti di impiego dei piloti sono stabiliti da regole stringenti. In alcune giurisdizioni, in condizioni ben definite e con protocolli precisi, può essere autorizzato un breve “controlled rest” in cabina per contrastare la sonnolenza inattesa, senza ridurre la sorveglianza operativa. Sui voli lunghi, equipaggi rinforzati garantiscono i cicli di riposo in cuccetta e la continuità operativa.Sicurezza della porta e accessi al flight deckLa porta della cabina è rinforzata e l’accesso è regolato da procedure che comprendono verifiche visive e coordinamento con il personale di cabina. Nelle nuove consegne di aerei destinati a taluni mercati si stanno introducendo barriere secondarie fisiche pensate per proteggere il cockpit nei rari momenti in cui la porta deve essere aperta in volo. L’obiettivo è aggiungere un ulteriore “strato” di protezione senza intralciare le normali operazioni.Avvicinamento e atterraggio: stabilità prima di tuttoLa discesa moderna punta a profili continui (CDO) che riducono rumore e consumi. In finale, la regola è chiara: approccio “stabilizzato” entro quote definite (velocità, assetto, traiettoria e configurazione corretti). Se uno di questi parametri sfugge oltre le tolleranze, il “go‑around” non è un fallimento ma una manovra di sicurezza incoraggiata dalle SOP: si riattacca, ci si riposiziona e si atterra in condizioni migliori. In bassa visibilità, autoland certificati consentono operazioni con minime molto ridotte, con requisiti proceduralizzati per velivolo, equipaggio e infrastrutture.Dopo il touchdown: non è finitaDissimulato dal sollievo dei passeggeri, il lavoro prosegue: gestione dell’uscita pista, check dei sistemi, note per la manutenzione e chiusura del volo. I dati registrati aiutano analisi di sicurezza e miglioramento continuo. Cresce inoltre l’uso di registratori voce moderni con capacità di registrazione estesa, per favorire indagini più efficaci in caso di evento.Il futuro prossimo: più dati, stessa mentalità di sicurezzaLa connettività aumenterà, i tool predittivi diventeranno più precisi e i flussi digitali tra cabina, compagnia e controllo traffico aereo saranno ancora più integrati. Al tempo stesso, proposte di riduzione dell’equipaggio sono oggetto di valutazioni prudenziali: l’obiettivo del settore resta invariato—mantenere o superare l’attuale livello di sicurezza, basato su procedure robuste, ridondanza e cultura del “no‑blame” quando la decisione più sicura è rimettere i motori al massimo e fare un altro giro.

Il crollo della Torre Conti

Il crollo della Torre Conti

Il 3 novembre 2025 una delle torri più antiche della Capitale è tornata alla ribalta per un dramma inatteso. Intorno alle 11.20, durante i lavori di consolidamento finanziati con i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), una porzione della Torre dei Conti, a Largo Corrado Ricci, è crollata improvvisamente. In questa fase del cantiere, che avrebbe dovuto restituire il monumento al pubblico entro l’estate 2026, il contrafforte centrale del lato meridionale è ceduto, trascinando giù il basamento «a scarpa» sottostante e una parte della muratura. Circa un’ora e mezza dopo, alle 13.00, mentre i soccorritori erano già al lavoro, un secondo cedimento ha interessato parte del vano scala e il solaio di copertura, sollevando una nube di polvere e calcinacci che ha rallentato le operazioni di soccorso.Gli eventi del 3 novembreNel cantiere, oltre alla ditta capofila, operavano alcune imprese specializzate in restauri (EdilErica e Picalarga). Cinque operai stavano lavorando all’interno. Quattro di loro sono riusciti a mettersi in salvo con l’aiuto dei vigili del fuoco; Octay Stroici, sessantaseienne romeno, è rimasto intrappolato sotto le macerie per undici ore. I vigili del fuoco hanno stabilito un contatto con lui, gli hanno fornito ossigeno e hanno lavorato con squadre specializzate in emergenze urbane, ma l’uomo è deceduto poco dopo essere stato estratto e trasferito all’ospedale Umberto I. Un altro operaio di 64 anni, ricoverato con trauma cranico, è stato dimesso con prognosi di otto giorni.L’area è stata immediatamente evacuata; via Cavour, i Fori Imperiali e le strade limitrofe sono state chiuse al traffico. Sul posto sono accorsi il sindaco Roberto Gualtieri, il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il prefetto Lamberto Giannini, che hanno parlato di "intervento delicato" e hanno incontrato gli operai superstiti. La premier Giorgia Meloni ha espresso cordoglio via social. Nel frattempo, la procura di Roma ha aperto un’indagine per disastro colposo e omicidio colposo; i carabinieri hanno sequestrato il cantiere, ascoltato i lavoratori e i responsabili delle imprese e stanno verificando se le norme di sicurezza siano state rispettate.La torre e il progetto di restauroLa Torre dei Conti è uno dei pochi esempi sopravvissuti delle case-torri della Roma medievale. L’attuale struttura risale all’XI secolo e fu ampliata nel 1203 da papa Innocenzo III per la sua famiglia: in origine superava i 50 metri, ma i terremoti del 1348, 1630 e 1644 e gli sventramenti ottocenteschi l’hanno ridotta agli attuali 29 metri. Nel 1644 un crollo provocò la morte di due persone; dopo secoli di abbandono la torre fu utilizzata come fienile, deposito di carbone e, durante il fascismo, come mausoleo degli Arditi.Il monumento era chiuso dal 2007, quando furono sgomberati gli uffici che lo occupavano. Solo nel 2025, grazie a un finanziamento di 6,9 milioni di euro del Pnrr («Caput Mundi»), era stato avviato un intervento di recupero che comprendeva il consolidamento statico, il restauro conservativo, l’installazione di impianti moderni, l’abbattimento delle barriere architettoniche e l’allestimento museale. La sovrintendenza capitolina spiegava che il primo stralcio dei lavori, avviato a giugno 2025 e quasi concluso (circa 400 mila euro), riguardava la bonifica dall’amianto e le opere preliminari; prove di carico e carotaggi avevano certificato la stabilità del monumento. L’obiettivo era trasformare la torre in museo dedicato alle fasi più recenti dei Fori Imperiali, con un centro servizi e una sala conferenze.Indagini e prospettiveDopo il doppio crollo, l’intero cantiere è stato posto sotto sequestro. I tecnici della Sovrintendenza e della protezione civile hanno verificato che la torre è pericolante; la priorità è mettere in sicurezza la struttura e l’area circostante per consentire l’accesso degli esperti. In Prefettura si è ipotizzata perfino la demolizione e la ricostruzione fedele della torre per salvare l’opera e tutelare l’incolumità pubblica. Nel frattempo è stato disposto il monitoraggio continuo della stabilità e l’installazione di sensori.Le indagini della procura si concentrano sul rispetto delle norme antinfortunistiche e sui motivi del cedimento. Le ipotesi più accreditate parlano di un cedimento strutturale in una zona già degradata, forse aggravato dalle vibrazioni delle lavorazioni o da un cedimento dei ponteggi. Le società appaltatrici e i funzionari della Sovrintendenza saranno ascoltati per chiarire se la fase dei lavori fosse compatibile con la presenza degli operai e se fossero state adottate tutte le misure di protezione.Il punto finoraA oltre una settimana dall’incidente, la Torre dei Conti resta un simbolo ferito. Le operazioni di messa in sicurezza proseguono, il traffico attorno ai Fori Imperiali è ancora deviato e alcune attività commerciali della zona hanno chiuso per precauzione. Gli operai feriti sono stati dimessi, mentre la famiglia di Octay Stroici attende risposte. Il progetto Pnrr, che doveva restituire la torre ai cittadini, è sospeso in attesa delle perizie. La comunità scientifica e la cittadinanza chiedono che le indagini siano rapide e trasparenti e che, qualsiasi sia la soluzione – consolidamento o ricostruzione – sia tutelata l’integrità di un monumento che da secoli veglia sui Fori Imperiali.

Italia: 250 Milioni di Anni

Italia: 250 Milioni di Anni

L’Italia che conosciamo—una penisola sottile e complessa, stretta tra due mari e coronata da montagne—non è un dato “naturale” e immutabile. È, piuttosto, l’istantanea più recente di un film lunghissimo: un montaggio ininterrotto di fratture continentali, oceani che si aprono e poi scompaiono, collisioni tra placche, catene montuose che emergono dal mare e bacini che si riempiono di sedimenti. In mezzo, un dettaglio decisivo: qui, nel cuore del Mediterraneo, la Terra non si è mai davvero calmata.Raccontare la storia geologica d’Italia da circa 250 milioni di anni fa a oggi significa ripercorrere una delle vicende più spettacolari del pianeta: la trasformazione di un’area che, in tempi diversi, è stata fondale tropicale, margine di oceano profondo, cerniera tra continenti, laboratorio di vulcani e terremoti. È una storia che spiega perché troviamo fossili marini in alta quota, perché le Dolomiti sembrano scolpite e “stranamente” chiare, perché la Pianura Padana è una distesa piatta incastonata tra due catene, e perché il Paese resta tra i più dinamici d’Europa dal punto di vista sismico e vulcanico.Quando l’italia non esisteva ancora: la fine di pangea e l’inizio del puzzleCirca 250 milioni di anni fa il mondo aveva un volto molto diverso: gran parte delle terre emerse era riunita in un unico supercontinente, Pangea. Ma la stabilità era apparente. Nel tempo geologico, anche i “giganti” si spezzano: fratture profonde iniziarono a segnare la crosta, preparando la separazione di blocchi che in futuro sarebbero diventati continenti e microcontinenti.In quell’epoca, l’embrione dell’Italia non era una penisola riconoscibile. Era un mosaico di frammenti: porzioni che oggi assoceremmo al margine europeo, altre più vicine al margine africano, e soprattutto un protagonista spesso citato nei modelli geologici del Mediterraneo: una microplacca, o microcontinente, che i geologi chiamano comunemente Adria. È su questa “zattera” di crosta continentale che, con lentezza millimetrica ma inesorabile, si accumuleranno le parti più consistenti di quella che diventerà la penisola.Il Mediterraneo, come bacino, non esiste ancora nella forma attuale. A dominare la scena c’è la Tetide—un grande oceano che separa le coste riconducibili alle future Europa e Africa—e una serie di bacini in evoluzione. Proprio in ambienti marini caldi e ricchi di vita, tra piattaforme carbonatiche e scogliere, si depositano sedimenti che, molto tempo dopo, ritroveremo “capovolti” in quota: sono i mattoni di molte montagne italiane.Triassico: dolomiti tropicali e sedimenti che viaggiano nel tempoSe oggi le Dolomiti sembrano un’architettura impossibile, con pareti verticali e guglie pallide, è perché la loro materia prima è nata in un mondo opposto: un mare caldo, basso e tropicale. In pieno Triassico, grandi quantità di carbonato di calcio si accumulano in ambienti marini—barriere, lagune, piattaforme—e diventano rocce sedimentarie carbonatiche.Questo punto è cruciale: quando si parla di “fossili marini in montagna” non si tratta di un paradosso romantico, ma del segno più evidente di un processo fisico reale. Quelle rocce non si sono formate in quota: ci sono arrivate molto dopo, trasportate e sollevate dalla tettonica. Il paesaggio italiano è pieno di questi cortocircuiti temporali: pietre nate sul fondale e oggi appese al cielo.Giurassico: un oceano profondo dove ora ci sono montagneTra circa 180 e 130 milioni di anni fa lo scenario cambia ancora. Mentre la frammentazione del supercontinente prosegue e l’Atlantico inizia a prendere forma, l’area destinata a diventare Italia vive una fase di apertura oceanica: la microplacca Adria si distacca dal margine europeo e tra i due blocchi si crea un bacino profondo, spesso indicato come oceano ligure-piemontese.Qui avviene qualcosa di sorprendente: si forma nuova crosta oceanica. In profondità, la geologia “fabbrica” basalti, gabbri e serpentiniti—rocce tipiche dei fondali oceanici. Il colpo di scena arriverà molto dopo, quando questi materiali, nati in un ambiente abissale, verranno incorporati nelle catene montuose. Ecco perché, in diversi settori delle Alpi e anche degli Appennini, affiorano rocce che raccontano un passato oceanico: sono come pagine di un antico mare rimaste incastrate nella rilegatura delle montagne.Dalla chiusura dell’oceano alla nascita delle alpi: quando la crosta si accartocciaNella storia della Terra, gli oceani non sono eterni: possono aprirsi e richiudersi. Tra circa 130 e 90 milioni di anni fa, e con effetti che si estendono nel tempo successivo, la dinamica cambia segno. I movimenti relativi tra le grandi placche portano il blocco di Adria a spingersi verso l’Europa. Il bacino ligure-piemontese si comprime: la crosta oceanica inizia a scendere in subduzione sotto il margine continentale europeo. È l’inizio della chiusura dell’oceano.Lo “scontro” vero e proprio tra i blocchi continentali—un processo che si colloca grosso modo tra 65 e 30 milioni di anni fa—innesca l’orogenesi alpina: la nascita delle Alpi. Non è una semplice “spinta”: è un meccanismo complesso in cui pezzi di crosta vengono piegati, sovrascorsi, metamorfosati, sovrapposti come fogli di un enorme libro stropicciato. Porzioni di fondale oceanico possono essere trascinate verso l’alto; sedimenti marini possono finire a quote che oggi sembrano impensabili.In questo periodo, il Nord Italia inizia a emergere in modo più definitivo. E mentre le Alpi crescono, si preparano anche gli spazi per le grandi pianure: i bacini di avanfossa e i sistemi sedimentari che, col tempo, accumuleranno spessori enormi di materiali trasportati dai fiumi.Tra oligocene e miocene: la rotazione che cambia tutto e la nascita degli appenniniLa parte più “italiana” di questa storia—quella che costruisce la penisola come dorsale lunga e stretta—entra in scena più tardi, tra circa 25 e 7 milioni di anni fa. In questo intervallo, un frammento legato al margine europeo, comprendente l’area che oggi riconosciamo come blocco sardo-corso, si separa e inizia a ruotare in senso antiorario. Il centro di questa rotazione è spesso collocato nell’area del Golfo di Genova.Il risultato è un riassetto radicale: Sardegna e Corsica si spostano rispetto alla penisola in formazione; la compressione e l’accartocciamento associati a questi movimenti contribuiscono alla costruzione della seconda grande catena italiana, gli Appennini. A differenza delle Alpi—legate a una collisione continentale più “classica”—gli Appennini sono il prodotto di una dinamica mediterranea estremamente mobile, con avanzamenti, arretramenti e migrazioni dei sistemi di subduzione nel tempo.Qui si inserisce un’altra chiave di lettura del paesaggio: mentre la catena appenninica si sviluppa, la crosta a est flette. La flessione crea un bacino: nasce così il Mar Adriatico come mare relativamente poco profondo, inquadrabile come il risultato di una deformazione della crosta continentale legata al peso e alla dinamica della catena in crescita. Non è un oceano profondo: è un bacino “in piega”, collegato alla storia strutturale della penisola.E poi c’è l’altro lato, a ovest. Il Mar Tirreno si apre in modo diverso: qui entra in gioco l’estensione, una “lacerazione” della crosta che porta alla formazione di nuova crosta e a un bacino geologicamente giovane. Per questo il Tirreno è spesso descritto, dal punto di vista geodinamico, come un piccolo oceano o un bacino con porzioni di crosta oceanica giovane: un dettaglio che aiuta a capire perché l’Italia sia un confine vivo, non una semplice linea di costa.La pianura padana e la geografia che nasce dai sedimentiTra le conseguenze più concrete di questa fase c’è la costruzione—e il riempimento—dei grandi bacini sedimentari. La Pianura Padana non è soltanto “una pianura”: è un archivio geologico. È il risultato di subsidenza e accumulo di sedimenti in un’area stretta tra Alpi e Appennini, dove per milioni di anni si sono depositati materiali provenienti dall’erosione delle catene.Il dato che sorprende è la scala temporale: l’assetto finale della pianura, come la vediamo oggi, è geologicamente recente. L’Italia moderna non ha avuto “tutto il tempo del mondo” per assestarsi: gran parte della sua forma si stabilizza quando, per il pianeta, è già tardi.7–5,3 milioni di anni fa: il mediterraneo scompare e poi ritornaSe la storia d’Italia sembra già abbastanza movimentata, il finale del Miocene aggiunge un capitolo quasi surreale. Tra circa 6 e 7 milioni di anni fa lo Stretto di Gibilterra si chiude: il Mediterraneo diventa un mare isolato, intrappolato tra continenti, con un bilancio idrico alterato. L’evaporazione prevale sull’apporto: il livello dell’acqua cala drasticamente e si accumulano enormi quantità di sali.È la crisi di salinità messiniana: un evento che lascia tracce concrete anche in Italia, sotto forma di depositi evaporitici (gessi e sali) che affiorano in diverse regioni, dalla Sicilia al Nord-Ovest. L’idea che il Mediterraneo abbia potuto quasi “spegnersi” è uno di quei concetti che cambiano la percezione del paesaggio: ciò che oggi appare eterno, in realtà ha già attraversato fasi estreme.Poi, circa 5,3 milioni di anni fa, la comunicazione con l’Atlantico si ristabilisce: lo Stretto di Gibilterra si riapre e il Mediterraneo torna a riempirsi. Da quel momento l’organizzazione di mari e terre emerse diventa progressivamente più simile a quella attuale. L’Italia, ormai, è riconoscibile: una penisola con due catene, un grande bacino padano, mari che la definiscono e che, allo stesso tempo, ne raccontano la fragilità.Quaternario: ghiacciai, coste mobili e l’italia che cambia davanti ai nostri occhiNell’ultimo paio di milioni di anni, la storia entra nella fase che “vediamo” nei dettagli: le glaciazioni modellano le Alpi, scavano valli, costruiscono morene, alimentano sistemi fluviali che trasportano sedimenti verso le pianure e i delta. I livelli marini oscillano ripetutamente: le coste avanzano e arretrano, e intere porzioni di pianura passano da terraferma a fondale e viceversa.È in questa finestra che si definiscono molte forme del paesaggio attuale: terrazzi marini, piane alluvionali, lagune, dune, conoidi. E, soprattutto, si affina un equilibrio delicato: quello tra sollevamento tettonico ed erosione. Le montagne non crescono soltanto perché la crosta spinge: crescono anche perché l’erosione rimuove materiale, “alleggerendo” e influenzando la risposta della crosta. È una danza lenta, ma costante.I vulcani: un finale recente, ma decisivoUn altro elemento spesso sottovalutato è la giovinezza relativa dei grandi vulcani italiani. Nell’immaginario collettivo sembrano presenze “antiche”, ma su scala geologica sono arrivati da poco. I principali edifici vulcanici attivi compaiono soprattutto nell’ultimo milione di anni: Stromboli nasce circa un milione di anni fa; l’Etna si sviluppa in modo significativo negli ultimi 500 mila anni; l’area del Vesuvio in circa 400 mila anni; la caldera dei Campi Flegrei, in una fase recente che si colloca nell’ordine di decine di migliaia di anni, circa 80–100 mila.Questa giovinezza spiega perché il sistema sia ancora energico: il motore non si è spento. L’Italia è una delle rare regioni europee in cui la geologia non è “storia passata”, ma cronaca. Un’eruzione, un terremoto, un sollevamento del suolo non sono eventi isolati: sono capitoli attuali di un processo iniziato quando i dinosauri non esistevano ancora.Oggi: un paese ancora in formazione, tra terremoti e deformazioni del suoloArrivare al presente non significa chiudere il racconto, ma cambiare scala. Oggi misuriamo la geologia con strumenti che registrano deformazioni di pochi millimetri, micro-terremoti che nessuno avverte, variazioni nei gas e nelle temperature. E i dati ricordano una verità semplice: l’Italia si muove.Nel corso dell’ultimo anno, la rete di monitoraggio sismico nazionale ha localizzato oltre 15 mila terremoti sul territorio e nei mari circostanti: la stragrande maggioranza di magnitudo bassa, ma sufficiente a delineare la mappa delle faglie attive e delle aree in cui la crosta continua a rilasciare energia. È la firma quotidiana di un Paese costruito su margini di placca.Sul fronte vulcanico, i segnali sono altrettanto eloquenti. Nell’area flegrea, ad esempio, l’attenzione resta alta per la combinazione di sismicità e deformazione del suolo: nelle ultime settimane i bollettini di sorveglianza hanno registrato decine di eventi sismici in pochi giorni—con magnitudo massime contenute—associati a un sollevamento del terreno dell’ordine del centimetro al mese, un ritmo che negli aggiornamenti più recenti risulta rallentato rispetto a fasi precedenti ma che conferma un sistema in evoluzione.Sull’Etna, l’attività recente ha mostrato fasi in cui l’emissione lavica si stabilizza per giorni, con colate a basso tasso effusivo legate a bocche poste intorno ai 2100 metri di quota, e fronti lavici che avanzano gradualmente lungo i versanti, monitorati con osservazioni sul campo e reti strumentali. Stromboli, dal canto suo, continua a esprimere il suo comportamento tipico: un’attività esplosiva persistente da più bocche, alternata a episodi di degassamento e, talvolta, a modeste tracimazioni laviche che scorrono lungo la Sciara del Fuoco.Questi fenomeni, presi singolarmente, possono apparire come “eventi naturali”. Visti nella prospettiva dei 250 milioni di anni, diventano ciò che sono: l’ultimo fotogramma di una lunga storia di subduzioni, collisioni, apertura di bacini e accumulo di sedimenti.Perché questa storia conta adessoLa storia geologica non è solo un racconto affascinante: è una chiave per capire il rischio e le risorse. Le catene montuose influenzano il clima locale, la disponibilità d’acqua, la stabilità dei versanti. I bacini sedimentari condizionano l’idrogeologia e la subsidenza. Le aree vulcaniche e sismiche richiedono pianificazione, cultura della prevenzione, infrastrutture resilienti.E soprattutto, questa storia ridimensiona l’idea di “normalità”. L’Italia non è un Paese che ogni tanto ha terremoti e vulcani: è un Paese nato perché le placche si sono mosse, e che continua a cambiare perché si muovono ancora.Guardare la penisola dall’alto, oggi, significa osservare un compromesso temporaneo: una forma che ci sembra definitiva, ma che in realtà è il risultato momentaneo di forze lente e potenti. In altre parole: il Bel Paese è un paesaggio in divenire. E lo sarà anche domani.

Dal dono alla vista ritrovata

Dal dono alla vista ritrovata

La cornea è la finestra trasparente dell’occhio che lascia entrare la luce e permette di mettere a fuoco il mondo. Quando si opacizza per malattie come cheratocono o distrofia endoteliale di Fuchs, per infezioni o traumi, l’unica via per riacquistare la vista è spesso il trapianto. Questo è possibile solo grazie ai donatori che, prima della morte, esprimono la volontà di lasciare i propri occhi. Molti utenti del web raccontano di aver riacquistato la vista grazie a cornee donate e di essere riconoscenti a chi ha compiuto questo gesto; altri descrivono l’emozione di aver firmato la donazione per un familiare defunto, confidando che quel tessuto restituisca la luce a qualcun altro.Quando un donatore muore, inizia il lavoro della banca degli occhi. In poco tempo gli operatori recuperano i bulbi oculari e li portano in laboratorio. Qui controllano che non vi siano malattie contagiose e che il donatore non soffrisse di patologie che possano comprometterne l’utilizzo. Fino a poco tempo fa, per esempio, molte banche escludevano le cornee di persone diabetiche. Uno studio multicentrico statunitense del 2025 ha però dimostrato che i trapianti di tessuto proveniente da donatori diabetici funzionano tanto bene quanto quelli da donatori senza diabete. La ricerca ha quindi ampliato il bacino di potenziali donatori, aumentando la disponibilità di tessuti.Una volta verificata l’idoneità, la cornea viene separata dal resto del bulbo, immersa in soluzioni di conservazione e analizzata al microscopio. Per valutare la salute dell’endotelio (lo strato di cellule che mantiene la trasparenza), gli operatori usano speculari microscopia o sistemi automatizzati che quantificano il danno cellulare. Tecnologie recenti, come un software di analisi sviluppato da una banca degli occhi statunitense, permettono di misurare l’intero endotelio e ridurre gli scarti. In tal modo i chirurghi possono scegliere il tessuto più adatto e diminuire il rischio di rigetto.Tecniche chirurgiche sempre più raffinateIl trapianto non è più un intervento “a tutto spessore” come un tempo. Oggi si cerca di sostituire solo la porzione malata della cornea per accelerare la guarigione e ridurre la probabilità di rigetto. Nella distrofia endoteliale, ad esempio, si utilizza la Descemet Membrane Endothelial Keratoplasty (DMEK), che sostituisce esclusivamente l’endotelio. Nel 2025 uno studio su oltre mille pazienti ha dimostrato che, a un anno dall’intervento, non c’erano differenze nei risultati fra riceventi di cornee da donatori diabetici e non diabetici. Altre tecniche emergenti includono la Descemet Membrane Anterior Keratoplasty (DMAK), sperimentata in una sperimentazione clinica su venti pazienti affetti da aniridia e cicatrici superficiali; in questo caso il chirurgo appone un anello ricavato dalla membrana di Descemet del donatore sulla superficie dell’occhio, permettendo alle cellule staminali limbalari del ricevente di ricrescere e ripristinare l’epitelio.Per le forme più avanzate di Fuchs o quando non è disponibile un donatore, la ricerca sta esplorando soluzioni innovative. In Giappone sono stati iniettati nell’occhio di pazienti con distrofia endoteliale colture di cellule endoteliali prelevate da cornee donate e moltiplicate in laboratorio; dopo tre anni, l’73 % degli occhi trattati era ancora chiaro. Altre tecniche utilizzano supporti di idrogel per creare strati di cellule pronti per l’impianto. Per chi ha subito ripetuti rigetti o non può ricevere un trapianto, dispositivi sintetici come l’EndoArt®, una membrana ultrasottile in silicone che sostituisce l’endotelio, stanno dando risultati promettenti. A ciò si aggiungono le sperimentazioni con cellule derivate da staminali pluripotenti indotte (iPSC), che potrebbero offrire in futuro una riserva illimitata di tessuto.Il valore sociale ed economico del donoIl trapianto di cornea non restituisce solo la vista: ha anche un enorme impatto sociale ed economico. Secondo una recente analisi dell’Associazione Americana delle Banche degli Occhi, i trapianti eseguiti nel 2023 genereranno negli Stati Uniti benefici economici stimati in quasi 8 miliardi di dollari nel corso della vita dei pazienti. Dal 1961 ad oggi oltre due milioni di persone hanno recuperato la vista grazie a questi interventi, e le banche degli occhi forniscono ogni anno tessuti a più di 80 000 pazienti. Questi numeri dimostrano che il dono di un singolo individuo può migliorare la qualità di vita di almeno due persone, perché da ogni donatore si ottengono due cornee.Molti commenti raccolti sui social evidenziano che il pubblico non conosce la possibilità di donare la cornea: alcuni scrivono di non sapere nemmeno che esistesse la donazione di occhi, mentre altri confessano di aver segnato sulla carta d’identità la volontà di donare i propri organi. I pazienti operati raccontano di aver recuperato autonomia e felicità; chi è in lista d’attesa chiede maggiori informazioni su cheratocono e terapie. Tanti lodano gli operatori della banca degli occhi per la professionalità e chiedono più divulgazione, convinti che spiegare il percorso dalla donazione all’intervento aumenti le adesioni. Come diventare donatoriIn Italia è possibile manifestare la volontà di donare la cornea attraverso vari canali: firmando una dichiarazione presso l’Anagrafe al momento del rinnovo della carta d’identità, compilando il modulo dell’AIDO (Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule) o portando con sé una tessera che attesti la scelta. Anche chi soffre di difetti visivi, ha subito interventi refrattivi o porta gli occhiali può essere idoneo; ciò che conta è che la cornea sia sana e che il decesso avvenga in condizioni compatibili con il prelievo.Informarsi e parlarne in famiglia è fondamentale: al momento della morte, i medici chiederanno ai congiunti il consenso. Sapere che la persona deceduta era favorevole alla donazione facilita una decisione spesso difficile. Grazie a questa catena di solidarietà, ogni anno migliaia di persone ritrovano la luce perduta.